Bianco e nero

Una fotografia è un attimo, un istante rubato al tempo, ti rende padrone di quello che nessun uomo può avere per sempre: quel momento di vita tuo o di un altro.

Sorriso magnetico, quello che esplodeva dopo un silenzio serio, dopo una discussione o dopo una carezza. Quella foto gliel’aveva rubata, uno scatto fatto per caso, ricordava solo che gli era sembrata perfetta e da bloccare così. Tommaso aveva preso dalla tasca il suo iphone e  un clik era bastato per farla sua.

Non pensava che sarebbe stata l’unica cosa che gli sarebbe rimasta di lei. Marta era spontaneità e verità. Lui era mille maschere e instabilità. Figure del mondo opposte e complementari.

Tommaso stringeva la foto tra e mani, aveva persino avuto la brillante idea di stamparla… così ora se la ritrovava in giro tra le sue cose, sulla sua scrivania, sul comodino, accanto ai biscotti sul tavolo in cucina, era una odiosa e amata mania.

Erano tre notti che non dormiva, aveva preferito buttare quelle pastiglie nel water. Aveva avuto una serrata discussione con il suo capo e poi anche con suo padre. Si sentiva come una mina vagante, chiunque si avvicinava alla sua scia finiva per essere travolto dalla sua foga, da una rabbia in grado di esplodere senza un motivo. Accecamento contro il mondo e contro tutti. Dolore placato, tenuto a freno sotto strati e strati di anima illusa in un sorriso falso. Il motivo non lo aveva mai capito, o forse sì, colpa di quello o di quell’altro, delusioni amorose, fregature da un amico o difficoltà a lavoro. Oppure era lui, non poteva essere sempre colpa di qualcun altro e allora aveva iniziato un viaggio dentro se stesso e Dio sa quanto sia spaventoso e sorprendente quello che si può trovare nella propria anima. Nella sua c’era solo buio, ossessioni per oggetti e persone, per colori e comportamenti.

Tommaso viveva in un attico in centro, desiderava essere in mezzo al movimento della città e contemporaneamente isolato da tutto, ogni cosa rifletteva uno stato di silenzio, piattezza e doppiezza come il bianco e il nero dei mobili, delle piastrelle del bagno e di ogni angolo. Bianco e nero. Luce e buio. Presenza e assenza, a se stesso e agli altri.

E poi c’erano i colori, quelli che la realtà fuori mescola a caso, dona e ruba, in un vortice di presenze, vissuti e persone, ognuna con il suo mondo eppure tutte insieme apparentemente senza paure. Come Marta. Lei non si fermava davanti a nessuno, con un’innata disponibilità all’ascolto e alla scoperta di chiunque. Anche di lui, dei suoi difetti, delle sue ossessioni, del suo male.

Regina gli faceva visita ogni sera, era avvolta in piume nere e appariva da dietro le tende a scacchi della finestra della sua stanza. Lui la odiava perché era la materializzazione del male, un’allucinazione di cui non riusciva a liverarsi e a nulla era valso vuotare tutte le bottiglie accumulate nel lavandino. Regina tornava sempre e tornava ancor più da quando non c’era Marta.

Tommaso aveva lasciato proprio Marta fuori dal portone l’ultima volta che era venuta, abitava due piani sotto di lui, aveva sentito dei rumori. Ma non erano cose che la riguardavano, Tommaso non la considerava parte di quell’irreale in cui viveva.

UomoSolo

 

Regina lo aveva sedotto, aveva due ali enormi e lo aveva racchiuso in un abbraccio per farlo suo. Il piacere vissuto con Regina era un turbine di vuoti e sensazioni assurde, macchie squillanti e luci offuscate, lui ne era solo ottenebrato senza capirci nulla. Regina era un demone. Il suo demone preferito, pronta a far riemergere ogni volta il nero del suo cuore.

Il vento che si portava dietro aveva messo a soqquadro ogni stanza, la corrente era saltata, i vetri erano andati in frantumi. Non era riuscito  a fermarla, non aveva voluto abbastanza, forse.

E nel frattempo Marta bussava alla porta, urlava il nome di Tommaso. Ci si era anche buttata addosso con tutta la forza credendo di gettarla giù. Poi, era riuscita a distinguere la voce di lui, che la incitava ad andar via. La maledì urlando e lei stremata sentì dividersi in due all’altezza dello stomaco, mentre la lama invisibile continuava a incidere il suo corpo. Avrebbe voluto scappare, scendere le scale ma non ce la faceva. Rimase lì, seduta per terra. Immobile.

E mentre Regina si fermò, placando la sua furia, rimpicciolendosi a forma di donna e con le ali rientranti nella schiena tatuata, Tommaso se ne stava appoggiato alla parete bianca, la guardava nella sua metamorfosi. Gli passò nella mente un flash e ricordò il rumore della sua voce mentre aggrediva Marta al di là del portone. Cosa aveva fatto? Davvero tenerla lontano dal suo male era l’unica cosa che sapeva fare?

Regina stava raccogliendo da terra la foto di Marta.

“Lasciala stare!”

Lo guardò sorpresa. I suoi occhi grigi dimostravano che non avrebbe capito: “Cosa?”

“Ti ho detto lasciala.” Anche Tommaso aveva uno sguardo diabolico.

Regina l’accartocciò in una mano e l’incenerì. A quel punto Tommaso le si avventò contro, lottarono corpo a corpo, finché sotto la forza inumana di lei, cominciò a chiamare aiuto. Per la prima volta nella sua vita. E mentre chiamava Marta, afferrò quell’inutile vaso di vetro che sua madre aveva portato qualche giorno prima e lo lanciò addosso a Regina, colpendola sul volto. Il sangue iniziò a scenderea a rivoli sottili sulla pelle che assumeva un colore violaceo. Tommaso restò immobile.

Lei si portò le mani al volto: “Cosa hai fatto?!”

“Voglio liberarmi di te.”

“Credi sarai libero ora?”

“Sarò pieno del male ancora, ma anche di altro. Di tutto il resto che ho dentro. Sì, questa è libertà.”

Regina aveva un aspetto come se stesse invecchiando, barcollava mentre si avvicinava alla finestra. Si gettò, in un volo senza ali.

Tommaso fu destato dalla voce di Marta. Si guardò in torno, tutto era in mille pezzi ma non avrebbe avuto più timore di mostrarglielo e fece i primi passi verso la porta.

DosJotas “ritocca” i dettagli urbani di Madrid

Di street art ho già scritto, questo non è il primo né sarà l’ultimo post dedicato a questa creativa modalità di ridisegnare il mondo che ci circonda, le strade che percorriamo ogni giorno, gli edifici davanti ai quali passiamo… Resto sempre affascinata da nuove interpretazioni urbane e tra varie immagini scovate sul web, le ultime sono quelle delle opere di un artista spagnolo: DosJotas.

Non si conosce il suo vero nome, se sia un uomo o una donna nessuno lo sa, ciò che è sicuro è che colpisce, sorprende mettendo in risalto ciò che la realtà sembra ma non è.

DosJotas sa andare oltre.

Sognatore, idealista e critico verso la società di massa, trasforma segnali stradali, indicazioni, pareti di abitazioni, cartelli vicino ad aiuole per sottolineare, con una spiccata ironia che lo caratterizza, come sia facile sconvolgere l’ordine degli elementi.

Forse, vuol metterci di fronte la nostra realtà falsamente perfetta e illusoriamente sicura, in una forma che destabilizzerebbe, quella del disordine. Forse, dopo l’iniziale dubbio, vuol creare in noi il piacere dell’alternativo, di una lettura diversa e nascosta.

Le opere di DosJotas giocano infatti, sulla mimetizzazione. Non c’è un forte impatto, una sorpresa improvvisa, bensì una lenta scoperta che lascia in silenzio.

Questi sono degli esempi di suoi “intervenciones”:

Siamo alla fermata del metrò dello stadio Bernabeu: quella che a prima vista pare un’uscita d’emergenza è in realtà la riproduzione di un giocatore di calcio lanciato a rete verso la porta!

 

Silenzio

Le onde si muovono, si rincorrono, trascinano conchiglie e sabbia.

Le persone corrono, raggiungono il limite, cadono, si raccolgono, restano sospese.

Ci sono momenti in cui il rumore delle onde è quasi impercettibile. Ci sono momenti in cui la vita procede nel silenzio.

Silenzioso è il passo di chi ha cors senza arrivare. Silenzioso è il respiro di chi ce l’ha fatta.

Silenzioso è l’incontro delle labbra. Silenzioso è l’incrociarsi degli sguardi.

Silenzioso è il rimorso. Silenzioso è il rancore.

Il silenzio domina l’attesa, accarezza il volto di chi è sorpreso, sfiora quello di chi è deluso.

L’inaspettato accade nel silenzio.

Davanti all’infinito del mare, il pensiero va al ricordo, a quelle immagini e profumi di ciò che è stato e all’idea di ciò che poteva essere. A volte si vorrebbe un finale che sfoci nell’esplosione di emozioni, anche di rabbia, urla ma non nell’assenza. Non nel silenzio.

Il silenzio logora. Il silenzio spegne. Quello stesso silenzio che dice più delle parole, che abbraccia, che scalda.

Le onde continueranno ad alternarsi tra loro, tra mille sfumature sonore dalla superficie di luce alla profondità più buia. Le persone si troveranno e si perderanno sempre tra il silenzioso fluire e l’accartocciarsi delle sensazioni.