Recensione di Il cielo sulle spalle di G. Foresta

“Solo chi non guarda oltre, può limitarsi ad una azione banalmente visibile”.

Questa citazione tratta da “Il cielo sulle spalle” di Giovanni Foresta è quella a me più vicina. Nel mio libro “Oltre gli occhi” il concetto dell’oltre ne è la chiave di lettura, ritrovarlo in un libro di poesie è stato di nuovo occasione di riflessione. E Giovanni Foresta ne offre tanti di spunti sui quali soffermarsi e personalmente ricorderei questi temi: bene e male, il volo, il mare, i fili che legano le persone, lo specchio.

ulSicuramente, ognuno che leggerà “Il cielo sulle spalle” coglierà i propri temi. La forza di questo libro infatti, è che si propone come riflesso della vita di ognuno. Ogni lettore vi scorge e interpreta le parole, abilmente incastrate in versi liberi, secondo la sua prospettiva, secondo il proprio sentire, secondo la sua vita. E torniamo inevitabilmente all’oltre, al non soffermarsi allo sguardo in superficie delle cose e al relativismo. Perché non c’è un’unica verità, ognuno ha la sua. Mi permetto questa interpretazione e ricordando i temi colti che ho elencato in precedenza, mi soffermo di nuovo a considerare come siano allineati al mare che fa da sfondo ai protagonisti di “Oltre gli occhi” e ne racchiude emozioni, paure, segreti, ai gabbiani che volano e come ogni uomo devono scegliere se volare davvero, lo specchio che mostra all’ispettrice Claudia le sue paure, i fili invisibili che intrecciano le vite di più persone e il bene e male, opposizione che ho inteso come filo conduttore.

Quello che intendo far notare è  la mia piacevole scoperta di poter fare un parallelismo tra il mio libro un romanzo giallo e il libro di poesie di Giovanni Foresta. Diversi nella forma, nel genere eppure sovrapponibili. Dimostrazione di quanto la scrittura sia legata all’animo umano, dentro cui custodiamo tutti le stesse sensazioni.

“Oltre gli occhi” di Sonia Bucciarelli

Oggi dallo scoglio pongo l’attenzione sul mio nuovo romanzo. “Oltre gli occhi” è ora realtà! E’ la prima volta che ne scrivo ed è giusto condivida qualche “indizio” con voi che seguite il mio blog.

“Amore e odio, stessa origine, stesso sangue… Amore e odio io vi tengo dentro. Amore e odio a me donati. Amore e odio vi perdete nella morte. Amore, dio che annulla. Morte, demone che uccide. Amare è morire, come odiare è morire. Amore e odio, stessa origine, stesso sangue…”

 copQueste parole si ripetono spesso nel romanzo “Oltre gli occhi” e ne costituiscono la chiave di lettura.

Amore e odio.                                             

Questi sono i due poli dell’esistenza umana, separati e nello stesso tempo incastrati in un rapporto di lotta e unione unica e indissolubile.

E poi c’è la Follia. Quella che acceca, quella che nasce per amore o per odio. La Follia che muove chi uccide. Ma un assassino ha un pensiero e il suo pensiero ha una logica, si è sviluppato ed è scattato da qualcosa, ecco perché il titolo “Oltre gli occhi”.

Oltre gli occhi significa andare oltre le apparenze, affogare nel nero dell’iride degli occhi di chi abbiamo davanti e conoscere cosa c’è, arrivando alla verità anche a rischio di affogare. E’ ciò che fa Claudia, coinvolta in questa nuova avventura investigativa. E’ il rischio che corre in modo più diretto in Oltre gli occhi.

“Oltre gli occhi” è un titolo che rimanda all’assassino ma anche agli occhi dell’ispettrice, dato che in questo romanzo c’è un altro tormento a interessarla: ha delle visioni. Claudia specchiandosi non vede i suoi occhi ma quelli di altre persone, che poi scopre essere quelli delle vittime.

Claudia resta immobile. Lo specchio è appannato, con lentezza la mano ci passa sopra e nella parte asciutta non riconosce i suoi occhi… No non sono i suoi.

E le vittime? Sono giovani donne, trovate senza vita in circostanze che fanno pensare a un’incidente d’auto, ma sarà davvero così? Oppure, è bene andare oltre, scoprire il significato celato dietro gli oggetti simbolo rinvenuti sulle vittime e sui luoghi dei ritrovamenti?

Rossetto rosso steso sulle labbra, scarpe rosse con il tacco, tantissime banconote, tagli sul ventre… cosa vorranno mai indicare?

In questo secondo romanzo, il personaggio di Claudia evolve e dato che si cresce sempre insieme agli altri, questa volta ho scelto di inserirla in una squadra investigativa insieme al Commissario Andrea Guidi e L’ispettore Franco Monti con i quali si verranno a creare diverse dinamiche.

A fare da sfondo, la città di Pesaro nella stagione estiva. Ho abbandonato la nebbia di Urbino, è ho deciso di catapultare i miei personaggi in una realtà non lontana ma completamente diversa. Sarà interessante correre con Claudia sul lungo mare pesarese, passare tra i corridoi della Questura che si affaccia su Piazza del Popolo, stare seduti su una panchina vicino alla Palla di Pomodoro e ammirare l’architettura in stile Liberty del Villino Ruggeri…

Quando il vino entra strane cose escono. (Friedrich von Schiller)

Infine, quello che posso consigliarvi durante la lettura di “Oltre gli occhi” è sorseggiare del vino. Scegliete pure il vostro preferito. Sì, il vino perché si tratta di un altro protagonista di questa storia, come lo è la musica. Già, magari ascoltate in sottofondo della musica di pianoforte e vedrete che vi sentirete ancora più parte delle vicende che leggerete, sarà come essere in quelle pagine con i protagonisti. Godrete degli stessi sapori e suoni.

I movimenti dell’anima sono come il susseguirsi delle note musicali in un’armonia; ascoltare un brano al pianoforte può dare un senso di sospensione, suscitare profondità e scandire i pensieri, tutto fino a seguire i battiti del cuore.

 Non mi rimane quindi che augurarvi una buona lettura!

Libero a Mezzogiorno

La sedia era dura, fredda e di paglia intrecciata, tenevo le gambe accavallate e nervosamente il piede si muoveva. Il mio viso invece, doveva apparire calmo e accondiscendente. Certo,con tutto quell’impegno che all’apparenza stavo mettendo davanti al mio interlocutore…                                                                                         “Una questione da sbrigare… vieni e ci accordiamo.” Queste erano state le sue parole al telefono. Avrei evitato, a volte il tempo non ha più senso spenderlo per le battaglie perse. Il problema è proprio credere che sia una battaglia e illudersi che qualche briciola dalla guerra se ne possa cogliere, bene o male.                                                   Lì in quello schifo di fanghiglia, tra parole immaginate che arrivavano sputate in faccia, lì un tavolo ci separava ma la distanza era paradossalmente maggiore. Due menti che non s’incontrano, due dimensioni di significato sconosciute tra loro.                               L’accordo era fattibile, ma io quelle condizioni potevo accettarle solo in parte.

La mia calma stava facendo innervosire la parte vera di me stesso, quella che non sopportava  che dessi spazio anch’io all’ipocrisia. Le ferite iniziarono a toccarmi nel profondo, affermazioni taglienti come lame. I veri aguzzini non sono quelli con l’ascia in mano ma chi ti rende capro espiatorio dei suoi raconcori, sofferenze e colpe.               Le mura della stanza erano grigie, il freddo mi arrivava fino al midollo e il vomito mi saliva in gola. Lui sparava veleno, dettava legge con gli occhi vuoti. Nulla è più disarmante del non intravvedere niente nello sguardo dell’altro, nè odio, nè bene.            In quella finta calma credo che i miei occhi stessero diventando come i suoi…

dualitc3a0[1]Misi una mano in tasca, stringevo il coltellino a serramanico portafortuna. Iniziai a pensare che questa volta mi avrebbe salvato. Salvato dall’assumere le sembianze di chi è perso nel suo male. Guardai l’orologio, era Mezzogiorno.Tardi.                                   Mi alzai e dissi che dovevo andare. Lui mi afferrò il polso: “non ho finito”, la linga del folle non dà scampo. Si dice che la Mezzanotte, come Mezzogiorno siano ore particolari, magia, leggende, credo popolare… fissai di nuovo l’ora.                                                    C’era qualcos’altro dentro di me: la parte che non sa fingere voleva vincere, salvarmi. Mi sentii sfinito dalla sua energia, il fuoco mi scorreva nelle mani e le dita fecero scattare il coltello. Mi avvicinai, con impeto assalivo, colpivo e colpivo ancora. Quell’odore di sangue mi annebbiava i sensi mentre mettevo a tacere la personificazione del non senso. Ero sporco di sangue. Io o la parte più vera di me lo era? Chi aveva compiuto cosa? Aveva ucciso o salvato? Ucciso il male e salvato me prima che ne fossi influenzato. L’accordo con il mio interlocutore si poteva fare ma “l’altro me” non veniva a patti con l’Io. L’ ”altro me” non era grigio, aveva gli occhi caldi e fumanti, vivi. Non era sceso a compromessi con l’Io, mi aveva salvato l’anima.

LACRIMA

Occhi persi nel vuoto, nessun rumore intorno è percepito, ogni suono o voce diventa solo un sottofondo fastidioso, odiato, indifferente.                                                                        La mente tenta una difesa, oppone resistenza, vuole essere forte ma lo smuoversi interno dalle viscere è prepotente.

Un aggrovigliamento. Ribollire e soffocare.                                                                         Ricerca di una via d’uscita.

Il movimento scoppia nello stomaco e si trasmette fino al cuore, gonfio, enorme, ingrossato, rosso e sanguinante. Non ce la fa. Il cuore è sensibile. Non fa resistenza, si lascia travolgere dal dolore. Il dolore infuoca, brucia, consuma fino all’anima, a quel dentro più intimo, profondo e perso che si percepisce così presente solo in questo caso.           Quando è come se se stessi per scoppiare, per annullarti a partire da un’implosione violenta che sfocia in disintegrazione. Non percepisci più nessuna parte del corpo, soltanto il nucleo di te stesso al centro del  petto.

Al fuoco risponde l’acqua, quella salata e amara che sgorga dagli occhi, tra le palpebre che si stringono, che si chiudono con un’energia assurda che se potessi usare in un altro modo ti farebbe spaccare il mondo. I singhiozzi non contano granché, conta e noti l’aria che non hai più, quella che tenti di assaporare da dentro scoprendo che è troppo poca. Quella stessa aria che disperatamente cerchi fuori, nello spazio da cui vorresti scappare, scomparire.

Una lacrima scende sul volto, sullo zigomo che si bagna, segnato con delicatezza eppure ferito da una cicatrice invisibile.                                                                                    Lacrima che arriva alle labbra, di cui senti quel sapore strano.                               Liberazione.                                                                                                                      Sfogo.                                                                                                                                 Vita.

E sì perché, proprio in quel momento così duro, faticoso e pesante di dolore, in quel momento che ti senti annullare, senti anche che sei viva.   E’ quando la lacrima scende che ti percepisci di nuovo, che ti senti un essere vivente. Continui a far sì che le lacrime escano, ancora e ancora. Quasi non smetteresti. Perché non vuoi smettere di sentirti viva.              E’ strano come la lacrima possa essere espressione di dolore e nello stesso tempo un’amica che ti accarezza.

E come un’amica ti ricorda ciò che avevi perso, dimenticato.                                         Quella lacrima contiene ricordi e frasi legate a chi non vorrebbe mai vederti piangere, a chi hai promesso di sorridere sempre, di essere forte.Il cuore batte, ha ripreso a farlo nel modo usuale.

Il respiro si fa più calmo come a voler provare a tranquillizzare l’anima.                             Una mano raggiunge una guancia, sfiora le palpebre.                                                           E’ tutto passato.                                                                                                            Coscienza.                                                                                                                  Coraggio.                                                                                                                              Sai che non è l’ultima volta, la lacrima tornerà altre mille volte e speri, che ogni volta, avrai la forza per sopportarlo e tornare a vivere.                                                                             Lo sguardo non è più perso nel vuoto, lo riporti su te stessa davanti allo specchio.       Riporti gli occhi a guardare altrove, a quelle nuvole bianche nel cielo azzurro.

Assorbi quel colore e la prossima lacrima lo rifletterà.                                                   Lacrima azzurra, lacrima di fiducia, leggerezza e libertà.

Calore

Calore sulla pelle, bagnata e assolata.

Calore sul viso illuminato.

Calore negli occhi accesi di stupore.

La sorpresa scalda, incendia. Il fuoo dell’emozione inaspettata. Il bracere che ha bisogno di altro calore.

I raggi che battono sull’anima bianca, sbiadita e lontana. 

L’abbraccio che stringe, diffonde un brivido caldo lungo la schiena. Calore è bacio. Appassionato.  

Speranza, luce e buio. Il calore della notte, quello più tiepido del sogno e quello soffocande dell’incubo.

La terra surriscaldata, le foglie bruciate, i respiri lenti.

Calore della battaglia, sul campo e sulla strada della vita.

Fiamma di chi vuole. Fiamme rosse nello sguardo di chi vince. Sconfitta che scotta.

Il vento scompiglia i capelli e le idee. I pensieri dell’estate sospesi, attaccati con ganci al cielo.

Una barca che prende il largo, dopo l’attesa di una promessa non mantenuta. Il viaggio in solitaria. Calore della partenza, calore del ritorno. Lacrime calde e salate sotto le lenti scure, per nulla intenzionate a nascondersi agli occhi degli altri naufraghi.

Calore della scoperta per deserti afosi e foreste ghiacciate.

Calore sopito, messo a tacere.

Calore della neve immensa, lenta, continua. Calore della carezza fatta a se stessi.

Calore. Centro energico vitale della pura essenza.