Ga(y)o di Paolo Ciufici

A Sonia, per la pacata attenzione alle parole, per gli occhi che leggono silenziosamente l’anima. Grazie per la fiducia.                                                                                                        Con affetto,                                                                                                                                    Paolo

Questa è la dedica che mi fece Paolo Ciufici quando acquistai il suo libro, la scelgo per introdurre la recensione di Ga(y)o_Milena Edizioni perché è l’espressione più autentica della sua sensibilità. Qualità confermata pagina per pagina, parola per parola mentre leggevo. In un sabato di marzo, mentre viaggiavo in treno e per tutto quel weekend mi ha accompagnata e fatto compagnia. I personaggi nati dalla sua penna mi hanno rubato sorrisi, riflessioni, gioie ed emozioni.

Ga(y)o racconta la storia d’amore di due uomini che si incontrano per caso ad una festa, s’incrociano i loro sguardi e poche parole tra loro ma in quell’attimo è tutto già scritto. Il protagonista Gaio è lui a raccontarsi, da quando nasce a quando cresce attraverso i momenti cruciali della sua infanzia e gioventù, il rapporto speciale con la madre e quello più conflittuale con il padre. Seguire la crescita di Gaio penso permetta a chi legge di ripercorrere anche la propria vita, ancora di più se si è cresciuti leggendo autori latini e greci, se si sono passate le vacanze estive alle prese con le versioni da tradurre, se ci si è sentiti sempre un po’ da un’altra parte con la mente, con la fantasia. Se si è deciso di colorare le giornate, i sogni e le paure, delle tonalità pastello di un certo romanticismo-nostalgico.

I personaggi secondari non sono da meno. La madre di Gaio è un concentrato di melanconia celata dalla quale trovare però la forza per aggiungere al proprio carattere solarità, empatia e sostegno. Gli amici di Gaio, con le loro vite, l’evolversi dei loro caratteri e delle loro giornate nel tempo. Tom con tutta la sua energia, parte complementare e specchio per Gaio che nella relazione con lui trova l’essenza della felicità, quella dell’essere visto davvero e amato senza chiedere nulla.

“Io intanto vivevo l’amore come un dono. Un dono che emoziona, che lusinga, che arricchisce, che impegna.”

La scrittura di Paolo è elegante, nella ricerca delle parole, nella scelta delle battute nei dialoghi, nelle pause e nell’alternarsi delle tempistiche, quelle che danno spazio alla leggerezza e quelle che danno spazio all’emozione profonda, fino al dolore e alla speranza.

La speranza, sì. La speranza che nelle piccole cose si possa trovare sempre la felicità se lo vogliamo. La speranza che basta una cena con gli amici per sentirsi ricchi, la speranza di essere amati per ciò che si è, la speranza di poter trovare l’amore, la speranza di custodirlo per sempre nel nostro ricordo. La speranza di continuare a vivere, sempre al di là di tutto, al di là del bene e del male che la vita ci offre.

Ho chiuso il libro tra le lacrime, non mi sono mai commossa con un libro, lo ammetto.

Paolo deve essere riuscito a toccarmi in un punto dell’anima dove nessun altro scrittore era mai arrivato. Proprio lui, che nella dedica mi aveva scritto che io leggo l’anima, ha fatto meravigliosamente lo stesso con me attraverso il suo libro.

Non posso che consigliarvene la lettura, magari in un giardino ai piedi di un ciliegio in fiore come tanti ce ne sono in questi giorni di primavera.

“L’amore guarirà tutto. Lì dove la scienza non può arrivare, arriva l’amore.”

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Rebecca – La figlia del diavolo di Anna M. Pierdomeni

“Se potessi tornare indietro lo ucciderei proprio allo stesso modo.”

Fu in quell’istante che Michael capì. “Tu ne eri innamorata.”

Lei abbassò lo sguardo e non rispose, lui si avvicinò e le pose la mano sulla spalla.

“Non è stata colpa tua.”

“Sì lo è stata.”

 

Riporto questo breve scambio di battute tra Rebecca e Michael, tratto dall’ultimo libro che ho letto Rebecca – la figlia del diavolo (Tabula Fati), perché in esso è racchiuso tutto.

C’è la passione, l’amore, odio, la fiducia, il tradimento, la paura, il senso di colpa, la vendetta, il valore del tempo, l’amore e l’odio.    E queste sono le tematiche che si rincorrono dall’inizio alla fine in Rebecca – la figlia del diavolo di Anna Maria Pierdomenico. L’autrice mi ha tenuta prigioniera del suo racconto come se fossi stata catturata sulla nave di Rebecca, la piratessa protagonista. Anna Maria ha, con astuzia, calcolo e semplicità, tessuto una trama sapientemente studiata, intrecciata e arricchita da continui colpi di scena.    Lo stile è avvincente, il linguaggio non improvvisato ma realistico. Ogni dettaglio sembra tangibile, pare di aver davanti ogni oggetto, le navi maestose, le armi, il mare da solcare e poi pare di essere immersi nell’ambiente, di sentire le spade che stridono a ogni colpo. Si è protagonisti delle battaglie insieme ai personaggi. Questi ultimi sono stati costruiti con un carattere e un modo di fare che sembra di conoscerli, in primis Rebecca.

Rebecca, soprannominata la figlia del diavolo, per la sua ferocia e scaltrezza, è la piratessa della nave Esperia che vive con un solo scopo: salvare il padre che è stato fatto prigioniero di un invalicabile fortezza. È pronta a tutto. Eppure una donna così decisa e senza scrupoli, ha un cuore profondo e le debolezze di ogni essere umano. Rebecca pagherà per essersi fidata della persona sbagliata e ciò la renderà ancora più vendicativa ma nello stesso tempo comprenderà il valore della sua vita e delle persone che l’hanno amata davvero.

Personalmente, sono stata travolta da questo personaggio, trascinata nelle sue sensazioni, nella sua sofferenza, nei suoi dubbi e nel suo coraggio. E infine, Claudia de Angeli, la protagonista del mio libro Oltre gli occhi (Acar Edizioni) mi è parsa una lontana cugina di Rebecca e forse anche per questo l’empatia è stata ancora più forte.

Vi consiglio vivamente dunque, di leggere Rebecca – la figlia del diavolo , perfetto nelle prossime giornate più soleggiate verso la primavera magari davanti all’orizzonte del mare.

L’amore è per noi di Francesca D’Isidoro

Alessio e Vittoria.  Si amano. Si rincorrono. Si lasciano.  O meglio, lui lascia lei per sposare un’altra. O meglio ancora, lui lascia lei che ama per sposare un’altra che non ama. Direi che questo potrebbe bastare per incuriosirvi e indurvi a leggere “L’amore è per noi” (Edizioni ilViandante_2016) di Francesca D’Isidoro, giovane e brillante scrittrice pescarese al suosecondo romanzo. Il primo è stato “L’amore non è per tutti”, elaborato e scritto alla fine di una storia d’amore per lei molto importante. E alla luce del successo che ha avuto, è stato l’ennesima dimostrazeione di quanto la scrittura possa essere terapeutica e utile all’elaborazione delle emozioni. E soprattutto di quanto, mettere se stessi in un’opera, permetta davvero forse di arrivare di più al lettore. “L’amore è per noi” mi ha fatto compagnia in una settimana un po’ difficile anche per il mio cuore, ma le disavventure, l’ironia e la simpatia dei personaggi creati da Francesca non mi hanno fatto perdere il sorriso. Alessio e Vittoria si muovono tra le pagine come fossero sullo schermo della tv e tu puoi seguire la loro avventura accoccolata sul divano con le patatine in mano. Scrittura e immaginazione filmica si intrecciano. Il desiderio di scoprire cos’altro s’inventerà Alessio per riconquistare Vittoria, faceva sì che smettessi di fare altro in casa per sbirciare qualche altra pagina. Quello che vi ho anticipato è solo un antefatto, tutto il libro è incentrato invece sui tentativi che Alessio dovrà compiere per riprendersi il suo Amore. E come dice l’autrice nelle presentazioni: un uomo davvero innamorato può essere capace di tutto. Francesca è stata in grado di calarsi nei anni di un maschio, per di più di un maschio che torna sui suoi passi, che si rende conto di aver sbagliato e si rimette in gioco con tutto se stesso. E’ stata davvero brava. La capacità di conferire ad un personaggio un carattere come ha fatto Francesca, e non solo con Alessio ma con tutti i personaggi che gli ruotano intorno, ritengo sia una grande capacità. Francesca penso sappia attingere da ciò che la circonda ogni giorno aspetti e dettagli, immagazzinandoli in un cassettino del suo cuore per usarli poi nella rielaborazione creativa.“L’amore è per noi” si legge in maniera fluida, è un libro fresco e accattivante, allegro e intimo nello stesso tempo. È scritto con un linguaggio che arriva, diretto e lineare. “L’amore è per noi” è vero e sincero. Augurandovi di scegliere questo libro come prossima lettura da non perdere, chiuderei con una citazione che ho apprezzato tantissimo:

“Questo è l’amore. Quello che abbiamo costruito insieme è l’amore. Anche tutti gli sbagli che abbiamo commesso, sono l’amore, perché alla fine ci hanno sempre riportato al punto di partenza: a noi due. L’amore siamo noi, semplicemente. E l’amore è per noi. Ora lo so.”

Ovunque andrai di Filomena Grasso

“Secondo Miriam la parola odio non era da considerare una brutta parola. Il sentimento dell’odio era solo il risvolto della medaglia di troppo amore. Si odia perché si è amato troppo”.

Avendo io scritto il noir “Oltre gli occhi” in cui tutto si muove sui binari dell’amore e dell’odio, non potevo cogliere in modo particolare questa citazione nel libro “Ovunque andrai” di Filomena Grasso. E sì, perché l’amore e l’odio sono due facce della vita, di ognuno di noi e di tutti i rapporti.

L’amore e l’odio sono come le spinte della paura e del coraggio, sono forze concentrate in “Ovunque andrai” nel personaggio di Miriam, la protagonista della storia narrata che da un giorno all’altro scopre una parte della sua esistenza che gli è sempre stata celata: chi è davvero, dove è nata, chi sono le persone che ha vicino e chi erano quelle che non ci sono più… il tutto racchiuso in luoghi di un passato in cui andare a cercare la verità.                         La verità. Miriam vuole sapere, deve sapere. Quando i pezzi del puzzle della propria vita vengono scomposti da una folata di vento apparentemente casuale e che mette tutto sottosopra, si finisce solo per desiderare di conoscere e dare risposte ai tanti perché che si generano. Il caso poi, direi anche alla luce di questa storia, non esiste o meglio agisce indicare alla vita la strada da prendere, quella che possa ricondurci a noi stessi. Per Miriam infatti, la nuova sconvolgente scoperta si rivelerà l’occasione di essere ciò che sente davvero.

Intorno a lei ruotano diversi personaggi ai quali offre la parte la parte più vera di sé ma anche una maschera legata al suo segreto. Miriam custodisce a sua volta un segreto infatti, ma esso troverà una spiegazione proprio nella vicenda che si trova a dover gestire.                 Tra le ambientazioni della città di Capalbio, in Toscana, personaggi caratterizzati da un linguaggio con l’accento del posto ed ognuno con una personalità ben delineata dall’autrice, momenti legati alla passione per i dolci che accomuna Miriam e Filomena e poi, le pagine di un diario da scoprire, si snodano le intense giornate della protagonista. Giorni nei quali dimostra tutte le sue paure, dubbi e risentimenti insieme al suo coraggio, a speranze e all’amore.                                                                                                                                       L’amore che come dono va custodito e va riconosciuto prima di tutto.

“Quando vedi con il cuore, un miracolo lo riconosci” Credo che Filomena Grasso, con la sua penna intensa, empatica e libera desideri proprio invitare tutti a usare il cuore più degli occhi per riconoscere il valore di quello ogni giornata e di ogni persona che incrocia il nostro viaggio di vita.

La chiave della vita di Moira di Fabrizio

Ankh cosa significa? È un segno che simboleggia la vita, l’immortalità e auspica la vita eterna. Ha la forma di una chiave che costituisce il ciondolo della collana che Julienne riceve in dono dall’uomo che ama. Julienne è una giovane archeologa, protagonista di Ankh il libro del 2014 della scrittrice abruzzese Moira di Fabrizio.

Intorno a Ankh ruota la vicenda narrata tra viaggi di lavoro, ricerche nell’affascinante terra d’Egitto e un amore forte ma tenuto lontano che muovono i fili della vita della protagonista.

Moira con un’attenzione ai particolari, leggerezza e fascinazione riesce a far entrare il lettore nhel cuore della donna protagonista nata dalla sua penna ma anche nelle sensazioni del personaggio maschile che le pone accanto. Moira riesce a “sentirli” e a creare empatia con loro.

Sono personaggi vivi, appassionati e stretti dalle paure e ambizioni umane. Sono personaggi in tensione tra ciò che desiderano e ciò che credono di volere, tra un’energia da spendere per il loro lavoro e quella da regalare a chi amano, tra il presente nel quale si adoperano per essere ciò che credono e il futuro in cui saranno chi sono destinati a essere.

A dare un tocco in più per il coinvolgimento emozionale la scelta delle ambientazioni: Parigi e gli scavi in Egitto. Due mondi diversi ma entrambi luoghi eterni e pieni di fascino, calamite per chi vi vive nella realtà o leggendo un libro come questo. E se questi posti sono eterni lo siamo anche noi.

Credo che questo sia il messaggio che l’autrice voglia dare al lettore. Ankh è la vita e la vita non ha limiti. Si è presenti sempre, anche oltre se stessi.

Il libro si chiude con un finale che porta con sé una grande verità, un insegnamento a non rinviare nulla, a cogliere a pieno ogni momento della nostra vita.

“Una collana scende sul mio petto, oro il suo colore… Porta con sé la sua storia, che è anche la mia, mi sento più vicina… Ho quasi la sensazione di poterti toccare… Anche se mi scivoli tra le dita, come seta, so per certo che sei qui, vicino a me, per sempre!”

VENNE CHIAMATA DUE CUORI di Marlo Morgan

“È davvero sorprendente che dopo cinquantamila anni la Vera Gente non abbia distrutto le foreste, inquinato i corsi d’acqua, messo in pericolo alcuna specie vivente e causato alcuna contaminazione, senza restare mai a corto di cibo e riparo. Hanno riso molto e pianto pochissimo. Vivono un’esistenza lunga, produttiva e sana e la abbandonano pieni di fiducia”.

Questa citazione costituisce il cuore dell’ultimo libro che ho letto “La chiamavano due cuori” di Marlo Morgan, scrittrice americana che dopo aver passato un periodo della sua vita con una tribù di aborigeni australiani ha deciso di raccontare la sua esperienza più forte. Un’esperienza forte è quella che ti sorprende nel bene e nel male, che ti cambia, ti migliora e ti conduce alla scoperta di te stessa attraverso la scoperta degli altri.

La Vera Gente, come si definisce la tribù con cui ha vissuto, rappresenta l’altro, il diverso, la minoranza di una grande nazione come l’Australia. La Vera Gente è l’altro che custodisce segreti e soluzioni che noi non accettiamo o non vogliamo considerare. Eppure, come si evince dalla citazione riportata e dal libro, se tutti seguissimo il loro stile di vita anche solo in parte sarebbe possibile un mondo sano. Sano significa alimentato da un’armonia tra la natura e gli esseri viventi tutti, compresi gli umani. E’ vero, la Vera Gente è felice, non si ammala come noi, non reca danno alla natura e riescono ad avere tutto ciò di cui hanno bisogno. I bisogni sono gli stessi che noi ricerchiamo perdendoci però, invischiandoci in meccanismi lontani dal senso della vita.

L’autrice passa con la Vera Gente quattro mesi, nella foresta, a piedi nudi, a contatto con la terra e con quello che essa offre, acqua, animali, cibo o senza, perché la terra toglie anche nei periodi di assenza e allora bisogna sviluppare il senso dell’attesa e della ricerca oculata di ciò che soddisferà il bisogno.

“I miei nuovi amici mi prendevano così com’ero, mi facevano sentire dei loro, unica e meravigliosa. Stavo imparando a capire quello che si prova quando si è accettati senza condizioni né riserve”.

Ecco, la Morgan riscopre prima di tutto se stessa. Si accetta perché accettata, guardata da occhi che percepiscono il suo cuore, la sua anima. Quel rapporto essenziale che la Vera Gente le dimostra tra sentimenti, emozioni e salute.

“Questa gente crede che tutto sul pianeta esiste per una ragione precisa, uno scopo. Nulla è casuale, privo di senso o sbagliato”. E c’è una ragione perché Morgan si ritrova catapultata con loro, se il viaggio in Australia per ricevere un premio nel campo della medicina in cui lavora si trasforma in un viaggio alla comprensione di ciò che significa esistere.

“La chiamavano due cuori” non è un libro che si può raccontare, è un libro da vivere, da leggere assaporando più che la trama della vicenda gli spunti, gli insegnamenti, gli esempi e scegliendo di andare oltre, cambiando un po’ le nostre abitudini semplicemente per stare bene ed essere più felici.

Venti racconti vagabondi di R. Centorame

“…la felicità non dipende dal prezzo delle cose, ma dal valore che diamo a quel che abbiamo”.

Con questa frase si conclude uno dei racconti di cui si compone “Venti racconti vagabondi” di Roberto Centorame. L’ho scelta perché la sento molto mia, la considero vera e poi racchiude il senso che ho trovato di questo libro: la felicità. Sì la felicità, in quanto è questo il sentimento trasmesso di pagina in pagina, è il sentimento trasmesso di pagina in pagina, è il sentimento che ho provato leggendo, è il sentimento di chi lo ha scritto e vissuto.

Roberto Centorame con la stessa semplicità e familiarità con cui ti racconterebbe gli aneddoti della sua quotidianità stando a prendere insieme un caffè, descrive e racconta gli aneddoti della sua vita cogliendone la vera importanza, un significato e più prospettive. Riesce infatti a cogliere un evento da angolazioni diverse riportando i punti di vista delle persone a lui vicine, i protagonisti coinvolti. E poi possibile cogliere un messaggio, un senso nono solo nel diario di viaggio a Marrakech ma anche dal racconto di una rimpatriata con vecchi amici, di un appuntamento, di un incontro…

E quindi il valore, l’importanza: un fatto della quotidianità come ricchezza, con tutto ciò che dentro custodisce e insegna. Per farsi infine ricordo, che raccontato agli altri, come in una catena, fa provare emozione e fa pensare anche all’altro che ascolta o legge. Ecco la felicità, essa è veramente nelle piccole cose, in due occhi luminosi come quelli della bambina nel deserto incontrata dall’autore. Roberto trasmette questa felicità per gli accadimenti, della sua vita, qualunque siano con un’ironia che lo contraddistingue e che aiuta a sdrammatizzare anche le situazioni più difficili. E il lettore percepisce inevitabilmente tutto questo e spero, come è accaduto a me, desideroso di farne un atteggiamento anche suo.

Infine, ci tengo a ricordare che i proventi dei diritti d’autore di “Venti racconti vagabondi” andranno a favore dell’Associazione Fondazione Studi Celestiniani per la Pace, che opera in favore dei ragazzi che vivono nell’arcipelago delle Bijagos. Un motivo in più per cogliere l’occasione del viaggio-lettura di questo libro.