G. Faletti Rincontrarti tra le tue pagine

Oggi oltre lo scoglio un velo di tristezza.

Ricordo ancora quel week end di tanti anni fa, i libri sulla scrivania e il non riuscire a studiare, anche per mangiare solo spuntino veloce. Perché ? Perché avevo tra le mani “”Fuori da un evidente destino” e come drogata dovevo leggerlo, andare avanti tra quelle pagine altrimenti non sarei riuscita più a fare nient’altro. Non era un libro di poche pagine, ma in due giorni lo terminai. In due giorni ero stata nuovamente in compagnia della sua scrittura, in sua compagnia. Mi mancherai, tanto.

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“Nella vita ci sono cose che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare.                    Non le hai scelte e nemmeno le vorresti, ma arrivano e dopo non sei più uguale. A quel punto le soluzioni sono due: o scappi cercando di lasciartele alle spalle o ti fermi e le affronti. Qualsiasi soluzione tu scelga, ti cambia, e tu hai solo la possibilità di scegliere se in bene o in male.”

(da Io Uccido di Giorgio Faletti)

 

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FOLLIA PROFONDA di Wulf Dorn

L’amore è simile a una follia, è un’ebrezza che si scatena da qualche parte dentro e smuove. L’amore è vita ma è anche morte.                                                                         Se l’amore non incontra l’altro, l’oggetto desiderato, è ossessione. Un’ossessione che divora e distrugge, non trova l’ossigeno per alimentarsi.

Il tema dell’amore in quest’ottica è quello attorno al quale ruota il romanzo “Follia profonda” di Wulf Dorn. L’autore affronta nello stesso tempo il tema dello stalking. Vittima di una follia amorosa è uno psichiatra, Jan, medico in una clinica e noto al pubblico tramite un libro scritto dalla sua compagna e dedicato a lui.                                                 Le rose rosse che però riceve non sono un regalo della donna alla quale si sente legato, ma di qualcuno che non conosce, o forse sì. Sono il simbolo del desiderio di chi lo osserva, lo segue, lo precede, lo minaccia in modo non esplicito, che uccide chi si mette tra loro due. Il rosso è il colore della passione, del fuoco che acceca. Jana, la persona che si rivela a Jan per telefono porta questo nome, infatti è accecata e senza freni nel perseguire quello che definisce il suo piano. E prima di portarlo a termine, l’amico giornalista di Jan, una sua collega e la stessa fidanzata cadranno vittime della sua follia. imm1

In un vortice di colpi di scena, tranelli, suspance, situazioni fuorvianti scanditi di pagina in pagina, il lettore procede in modo scorrevole. Direi che fino a metà, l’ho trovato un po’ lento ma poi si “riprende”. Alcuni momenti potevano essere caricati ancora di più, resi maggiormente forti ma forse, essendo un thriller psicologico, è sul gioco tra le menti dei personaggi che l’autore si è concentrato.           Come pure, sul risalto in cui è messo lo stato di uomo, prima che di medico, di Jan. Infatti, il protagonista si sente spiazzato, perso e ogni sospetto si rivela un buco nell’acqua, perde ogni riferimento che la logica e l’esperienza possono offrirgli fino a porsi contro Jana carico solo delle sue qualità e difetti di uomo.

Il finale nasconde un colpo di scena, a cui una lettura attenta può far arrivare il lettore molto vicino. Forse, seguendo con attenzione certe ricostruzioni psicologiche e dando ascolto alle voci e al tormento del personaggio di Thanner, il prete.                                 Jana sembra un fantasma, eppure esiste davvero. Come in fondo, esistono tutti i fantasmi che ci intimorisco, quelli che si celano dietro le nostre stesse vite inconsce, momenti di un passato che crediamo andato ma che tornano in superficie a minacciarci quando meno ce lo aspettiamo. Ed è lì che Dorn va ad attingere, è lì che prende ispirazione.                 La lettura di questo romanzo è stata piacevole e mi ha tenuto compagnia negli scorsi mesi, penso che anche la  sua prima opera “La psichiatra” sia da leggere.                   Sarà un altro viaggio nell’abisso dell’inconscio umano, ritratto dallo scrittore tedesco che ben sa far procedere la penna lungo il labile confine tra normalità e pazzia.

Abruzzo per donne e uomini on the road

Dallo scoglio, quando la luce è chiara e l’aria inizia a farsi sentire diversa, più dolce e meno pungente, si scorge all’orizzonte la terra, quella di una realtà interna al mondo verde e piena di tesori nascosti. La natura si risveglia, una natura che in un piccolo paradiso naturale conta bellezze uniche da scoprire. Oggi abbandonerei lo scoglio e vi porterei tra gli affascinanti borghi abruzzesi.

Vi va di venire con me?

Nella zona dell’aquilano, tra le vette del Gran Sasso, si erge il silenzioso villaggio di Castel Del Monte dominato dalla Torre Del Campanile, mentre a farci sembrare di avere di fronte una nave per la particolare forma del villaggio medioevale è Opi.

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Inoltre, non possiamo resistere ad un passaggio tra i vicoletti del centro di Bugnara per poi avventurarci verso il Castello di Caldora, a Pacentro. Le case addossate l’una all’altra che ricordano un presepe sono quelle di Scanno, piccolo gioiello dell’architettura medioevale.

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Al confine con il Lazio troviamo Tagliacozzo, centro affascinante che vanta il Palazzo Ducale tra i suoi patrimoni artistici, se poi seguiamo il fiume Sagittario ci imbattiamo in laghetti e prati estesi ai piedi di Villalago, volendo poi soffermarci ad Anversa degli Abruzzi dove è conservata la chiesa di S.Maria delle Grazie. In provincia di Pescara invece, la famosa riserva naturale Valle dell’Orfento è ricca di altri numerosi borghi caratteristici come ad esempio Caramanico Terme.

Vicoli ripidi, scale, chiese e palazzi signorili.

Castelli e fortificazioni che conservano il ricordo di rivalità e strategie.

Feste tradizionali innumerevoli in ogni periodo dell’anno.

Civitella del Tronto e Pietracamela si distinguono nella provincia di Teramo, insieme ad altri angoli suggestivi offrono all’orizzonte una vista unica sul Gran Sasso. Guardiagrele, in provincia di Chieti, è nota per essere annoverata tra i borghi più belli d’Italia e per diverse produzioni artigianali.

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Scendendo di nuovo verso il mare, si raggiunge la Costa dei Trabocchi, ancora più suggestiva nei mesi estivi e dove Rocca San Giovanni è tra i centri più meritevoli di una sosta.

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Silenzio.

Sospensione.

Voci pacate di abitanti tenaci  e custodi di segreti antichi.

Questi sono solo alcuni dei luoghi che velocemente, in un percorso immaginario, toccherei con voi. Vi invito però a fare il vostro viaggio, godendo delle sensazioni che questi luoghi trasmettono, sospesi tra passato e presente, ma anche delle tipiche ricchezze di una delle tradizioni culinarie più apprezzate del nostro Paese.

Dire. Non dire.

sussurrareDire. Non dire.

Pensare. Scordare.

Custodire. Gettare.

Esiste una linea sfumata lunga la quale camminiamo ogni giorno.

Capita che vi corriamo, saltiamo, ci dondoliamo in attesa della scelta. Da che parte stare?

Forse, è più comodo restare sulla linea. Eppure, anche su essa le cose non sono chiare, non ha limiti definiti, non rassicura e se lo fa è un inganno. L’illusione dello stare. Nello star fermi c’è solo l’agiatezza della bugia di essere più lontani dalla paura.

Quante parole restano nella nostra mente, si sedimentano mentre sprechiamo giorni a temporeggiare, a decidere che fine far fare loro. Gridarle, sussurrarle o cancellarle in una rinuncia?

Potremmo scriverle. A me è capitato. Più di una volta, non sapevo dove metterle ma neppure riuscivo a eliminarle, non potevo raccontarle né dirle a chi avrei voluto. Allora, ho deciso. Le ho buttate giù non di getto, ma con calma e ponderazione, insieme al ricordo di un giorno da non dimenticare.  Quel ricordo e le parole ad esso legate le ho spostate dalla testa a quella pagina. Mi sono detta che era un modo per esserne libera senza la violenza della rimozione. So che sono là e se vorrò, posso ripercorrerle. La mente ne è libera e ha ripreso a respirare.

Quante parole non si possono scrivere invece, non si posso dare in suono, perché sono indefinite emozioni. E un’emozione, bella o brutta, fa fatica ad assumere una forma. Magari, preferisce quella dei gesti e degli sguardi, ma non quella delle parole. Ed ecco, i comportamenti incontrollati.  Dire o non dire in questo caso è  qualcosa di complesso.

Il tempo. Con il tempo, mentre mi arrabbio e mi calmo, rido e sbraito, stando sulla linea, mi dico che sceglierò. Ma alla fine, la stessa linea si stancherà di me e mi getterà di qua o di là. Probabile. Con il rischio di cadere dalla parte sbagliata e accorgermene a discesa conclusa.

Io non so. Ma un’idea ce l’ho. Uomini e donne dovrebbero essere sempre ciò che sentono anche con le parole. Dire o non dire… dire. Sì, ci sono cose che non si possono dire, un po’ come le bugie “bianche” (alle quali personalmente poco credo) ma sono per il dire. Sono per il far sapere, rendere noto e comunicare. Perché anch’io preferisco sapere. Uomini e donne dovrebbero sempre dirsi, anche ciò che fa paura, ferisce e non si è in grado di raccontare per vergogna o altro. Non si hanno infinite possibilità nella vita e non le hanno neppure le parole per uscire dalla nostra bocca.

Ho imparato però che sulle cose più belle dubbi non debbano essercene. Ho imparato che il ti voglio bene è l’unica cosa che va sempre detta. Io ho iniziato pochi anni fa, accorgendomi che non lo dicevo mai.

Non so nient’altro. E al di là della mia idea, io continuo spesso a restare sulla linea come tanti altri uomini e donne. La conseguenza delle parole che vivono in questo limbo non può essere peggiore di quella data dal loro stare nel limbo. Uomini e donne esplodete, siate logorroici, apritevi a bassa voce e donate queste parole che avete dentro ma non sono per voi.

UNA NOTTE SULLO SCOGLIO

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Fresca, bionda e con una leggera schiuma.

Le onde erano lente in quella notte di luna piena, accarezzate dal balliore della luna nel cielo buio e limpido, coltre leggerissima sul mare freddo di una stagione ormai in fine. Dissetarsi nella notte, assaporare quel gusto unico legato al ricordo dell’estate ricordata e nello stesso tempo desiderata era un rituale fuori luogo nel vortice nebuloso dell’inverno. La bimba era sullo scoglio con la sua birra e i suoi pensieri, le sue mancanze e desideri, dubbi e uno sguardo perso all’orizzonte, con un velo nero sugli occhi. Il brivido di una memoria risvegliata da gesti e parole pronunciate sottovoce, da quella stessa voce confusa tra suoni e melodie che in passato l’avevano accesa, andavano a confondersi con le espressioni di un viso nuovo, ogni giorno più familiare e necessario.

Un altro sorso, la birra scendeva tra le labbra fino in gola, piacere e gusto.

La bimba immaginava le altre bimbe, lontane e felici, ognuna con i suoi crucci eppure sorridenti. Un giorno si sarebbero ritrovate, l’avrebbero raggiunta sullo scoglio e bevuto una birra insieme.

Nessuna nuvola in cielo, solo quella che dentro lo stomaco portava il segno di una lacerazione, fitta e recente, senza più sangue e dolore. Solo a tratti questo si svegliava, tornava a far male, a pulsare e farsi sentire. Il male che si prova nell’anima non è perenne, c’è e non c’è, si nasconde e a tratti si manifesta nuovamente, solo il tempo renderà l’alternarsi legato ad una distanza maggiore.

Un altro sorso ancora.

La bimba era forte mentre guardava il mare graffiato da invisibili saette provenienti dai suoi occhi. Generare fuoco, energia per restare in mezzo al mare, per esserci quando era calmo come in quella notte e quando sarebbe tornato ai suoi tormenti, tempestoso e pieno di rabbia.

Sullo scoglio s’infrangevano contemporaneamente paure e vecchie realtà, nebulose e senza più storia da allontanare e sicurezze presenti che non trovavano appoggio. Era la voce di quel momento a mancarle, quella che rispondesse e incontrasse la sua. La sentiva eppure non c’ era armonia, mentre in quel preciso istante il sonoro del mare era un tutt’uno con il rumore sordo dentro di lei.

L’ultimo sorso, pieno e rigenerante, portò la bimba altrove, nello scostante viaggio senza ritorno tra bianchi e neri, tra fluttuare e star fermi. Poi, si alzò in piedi e si diede la spinta per tuffarsi e il suo corpo bianco si perse nel nero delle acque mentre il vetro della bottiglia ormai vuota s’infrangeva. Sarebbe andato perso, per sempre.

CIASCUNO HA IL SUO INCUBO seconda parte

La paura. La paura è quando non sai se ciò che vivi è reale o meno.

Quando pensi di essere finito dentro un film o in un incubo.

La paura è quando non ti svegli.

Non ti svegli perché no, non stai dormente.

La paura è essere soli, per davvero.

E il coraggio lo trovi se vicino hai qualcuno che ha ancora più paura. Se il suo sguardo esprime la sensazione di non sapere che fare, di non sapere se credere o no a ciò che sta accadendo.

Isa allora, si aggrappò a quel cancello.                                                                                 Lo avevano trovato scavando tra fronde e spine che imprigionavano un muro.             Quello stesso muro che Greta voleva scavalcare.

Isa gridava con tutta la voce che aveva e che mai aveva creduto di avere.                        Usò tutte le lingue che conosceva. Sfruttò ogni intonazione.                                                 La gola graffiava, sanguinava.                                                                                              Gocce rosse cadevano sul terreno, scivolando sulla pelle bianca di Greta. Le sue mani perdevano ossigeno, linfa, liquido vitale delle ferite.

La paura è tagliente.

Passi. Ancora passi. Greta si alzò in piedi.

Isa continuò a chiamare.                                                                                                      C’era qualcuno. Due persone. Vere.                                                                                       E con loro un cane. Arrivarono fino al cancello.                                                                 Solo le sbarre separavano Isa e Greta da qualcos’altro.

Sempre se l’incubo non fosse continuato.

 

CIASCUNO HA IL SUO INCUBO prima parte

Buio. Vento.

Porta che sbatte. Una figura scura oltre il vetro.

Il giardino era immenso, le luci si stavano spegnendo. Restava solo il chiarore di un debole tramonto.                                                                                                                        Bussare non aveva senso. Non c’era più nessuno. Possibile?                                             Isa guardò la sua amica, erano in trappola, si erano perse in quel labirinto che fino a poco prima era sembrato un paradiso. Il palazzo si ergeva immenso, senza rassicurarle. I vicoli del giardino tornavano sempre allo stesso punto.

Buio. Freddo.

Le foglie sembravano parlare, sussurrare frasi. Le nuvole si muovevano come a voler chiudere anche il cielo.                                 D’un tratto dei passi, lontani e poi sempre più vicini. Qualcuno era lì con loro, procedeva intorno a loro ma non lo vedevano.

Isa si sentì afferrare, qualcuno con vigore la trascinava. Greta guardava immobile, sconvolta. Non si vedeva nessuno. Ma la sua amica si muoveva come presa da qualcuno. Un brivido le percorse la schiena, mentre cani abbaiavano da qualche parte.    Isa di colpo cadde per terra. Greta la raggiunse, scoprendo che la sua amica aveva gli occhi rossi, fulminanti. Lanciò un urlo. A quel suono sembrarono rispondere degli uccelli neri che si levarono in cielo.

Poi, silenzio.