Io leggo perché … è autunno

Oggi entra l’autunno.

Sì lo so, come me in tanti leggono soprattutto d’estate, in viaggio o al mare, in giardino o in qualunque altro posto li ispiri insieme al relax della bella stagione. Eppure, chi legge saprà che un certo fascino ce l’ha anche l’autunno per coltivare questa passione. Chi legge, anche se con un po’ di malinconia pensa che dovrà passare ancora un anno per le soleggiate e calde giornate, sa che ad aspettarlo nelle prossime settimane ci saranno il divano e un plaid colorato, il caminetto acceso e una tazza di cioccolato. Mentre sfoglieremo le pagine dei libri che ci terranno compagnia, ci faremo scaldare dal calore della tazza in cui avremo versato la nostra tisana preferita oppure sceglieremo di non accendere la tv e sotto il piumone nel letto, ci trasferiremo con l’immaginazione in un’epoca lontana o su un’isola deserta.                                                                          Autunno significa anche nuove uscite, gli scaffali delle librerie si popolano di nuovi libri e viene programmano un calendario di presentazioni di autori da segnarci in agenda.   Le librerie torneranno ad essere un rifugio dalla pioggia o dal freddo mentre attenderemo che passi il prossimo autobus. Per non parlare delle biblioteche dove andare a studiare o leggere, uno degli ambienti che conserva sempre una magica atmosfera.

Oggi entra l’autunno e io non vedo l’ora di passare altri momenti con un libro in mano, magari anche autografato dal suo autore.                                                                     Oggi entra l’autunno e farò in modo che anche con la scrittura di dare spazio alla mia creatività, incrociando le dita magari per una nuova pubblicazione.

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L’arte di Andrea La Rovere: Tra dissacrazione e ironia della società.

I libri sono solo il mio punto di partenza. Dai libri si aprono mille strade verso altre arti. Verso altre passioni. Le passioni sono persone ed è così che mi dò la possibilità di conoscere nuove persone. Condivisione è la parola chiave.  Proprio in una serata in occasione di una presentazione di un libro, lo scorso inverno ho avuto il piacere di vedere esposte delle opere di un giovane artista. Ero lì, quando la mia attenzione è stata rapita da una tela con Eva Kant e Diabolik.

Di lì a poco conobbi chi l’aveva realizzata: Andrea La Rovere, pittore di Montesilvano (PE) e abile riproduttore di figure reali senza maschere.                   Per una che come me non ama le convenzioni non poteva che essere interessante e colsi i punti in comune delle opere davanti a me: la società derisa e svelata nelle sue falsità, i social network come schermo e come mezzo di comunicazione che ci isolano illudendoci di non essere soli, la bellezza di donne artificiose che rivendicano una femminilità unica, la vera bellezza invece nelle lacrime della donna che non teme mostrare la propria fragilità e dolore e poi le automobili, il tutto tra giochi di luce azzeccati e pennellate di rosso che fanno da filo conduttore.  Voglio conoscere meglio Andrea La Rovere e scelgo di farlo in un’intervista che mi ha concesso e condivido con voi. Buona lettura!

Andrea che valore ha l’arte nella tua vita?

L’arte è il rifugio. Il posto dove sentirsi bene, dove tirare fuori quello che hai dentro e quello che vuoi dire. Detto questo è una parte della mia vita, non sono certo il tipo d’artista che vive solo per l’arte ed è in simbiosi con le proprie creazioni; sono anzi convinto che l’arte non vada forzata, perciò dipingo solo se e quando questo mi fa sentire meglio.

Com’è nata questa passione?

Non ho nemmeno cognizione del momento esatto. Mio padre era un bravissimo disegnatore, lavorava nell’ambito dell’alta moda, e aveva sempre matita e foglio sottomano. Per quello che ricordo ho sempre disegnato, poi la passione per la pittura vera e propria l’ho maturata intorno ai 12 anni dipingendo animali e automobili.

Da cosa deriva la scelta di affrontare il tema della comunicazione in modo trasversale nelle tue opere?

Dal fatto che ritengo la comunicazione, e in particolare i social, un mezzo potentissimo e altrettanto pericoloso, potenzialmente più delle armi tradizionali. Internet è nato come mezzo che favoriva la libertà nelle comunicazioni, i social sono nati essenzialmente come mezzo di controllo. L’uso che se ne fa ha fatto sì che si realizzassero le cupe distopie previste da Orwell e Bradbury, con la sola differenza che non c’è stato bisogno di una dittatura che le imponesse. Siamo anzi noi che ci diamo in pasto con il sorriso sulle labbra.

E perché l’esigenza di farlo in modo “non convenzionale” e dissacrante?

Non ho titoli per farlo in modo serio, e poi ritengo l’ironia e il sarcasmo molto più efficaci. Ma tanto è una battaglia persa, qualsiasi contributo sarà inutile.

Il colore rosso sembra quasi un filo conduttore. Una scelta o un caso? Ti serve per esprimere qualcosa?

In realtà sono il rosso, il bianco e il nero a ricorrere, per motivi meramente estetici e cromatici, specie nella serie dei codici a barre. Ma assolutamente non è un “must” nelle mie opere, tanto che attualmente mi sto muovendo su territori cromaticamente del tutto diversi.

Quando hai creato la prima opera?

Onestamente non saprei assegnare una palma di opera prima, forse alle elementari; quando a scuola scoprirono che sapevo disegnare bene, iniziarono a sfruttarmi per creare i cartelloni che riassumevano nozioni scientifiche e storiche. Come diceva De Andrè: “E poi se la gente sa, e la gente lo sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare.”

Ce n’è una alla quale sei più legato? Se sì perché?

“Nevermind”, un ritratto di una donna in lacrime ma non sconfitta, indomita. Mi ricorda un periodo cupo della mia vita, è quasi un monito.

Progetti futuri? Continuare sulla stessa linea o magari pensi potresti svilupparne anche altre?

Sto lavorando a un progetto, che spero diventerà la mia prossima mostra, che unisce le mie passioni per la storia del rock e la pittura dei maestri del Rinascimento.

Ringraziando Andrea per la disponibilità, gli auguro buona fortuna per tutte le prossime creazioni e invito voi a seguirlo!

 

IL GIGLIO INSANGUINATO di Anna M. Pierdomenico

Una donna ha in sé il femminile ma anche il maschile. Ed è proprio il maschile che credo attragga di più. Questa mia considerazione è stata rafforzata mentre leggevo “Il giglio insanguinato” (0111 Edizioni) di Anna Maria Pierdomenico. Non è un libro sugli uomini e le donne ma un giallo storico abilmente intessuto con un linguaggio scorrevole e lineare, tra intrighi del papato e della Corte di Francia il tutto nel passato Seicento.

Sono i romanzi a offrirci la migliore lettura dell’umanità ieri, oggi e sempre. Anna Maria come nell’altro suo romanzo “Rebecca- La figlia del diavolo” (Tabula Fati), pubblicato successivamente a Il giglio insanguinato, fa ruotare l’intreccio intorno ad una figura femminile. Prima di Rebecca la protagonista nata dalla penna di Anna Maria è stata Fiamma. Fiamma è una spia del braccio destro del Papa, affiancata dal fedelissimo fratello Giulio e attingendo alle sue spiccate capacità come la dialettica, l’astuzia e la caparbietà abbatterà ogni ostacolo con eleganza, che sia un uomo, una donna o una situazione ostile.

Nel Seicento, le donne erano quasi invisibili se non nei loro ruoli ritenuti canonici dalla società del tempo, quindi affidare a un tale personaggio le indagini la riconosco come una sfida che l’autrice si è posta, direi una sfida vinta perché la scoperta del colpevole dell’assassinio di un Arcivescovo a Parigi credo non sarebbe così accattivante di pagina in pagina se non ci fosse Fiamma.

Il giglio insanguinato è un concentrato di emozioni, passioni, di sentimenti violenti e nobili. Di uomini dai mille segreti e dalle debolezze celate dietro i ruoli sociali. Sguardi rubati, relazioni clandestine, corteggiamenti e fughe. E poi è anche la celebrazione di una forma d’amore che non ha eguali come quello tra sorella e fratello di cui Fiamma e Giulia sono l’esempio perfetto.

Per tornare alla principale riflessione che il romanzo mi ha suscitato e di cui dicevo prima, il maschile che è in Fiamma è rappresentato dalla sua audacia e scaltrezza, da un coraggio e una forza d’animo ma anche da un’abilità fisica il tutto contenuto da un’indipendenza d’animo e lealtà, che se pur macchiata da sangue di morti date, sotto l’aurea del femminile rappresenta la sua essenza. Attingere agli aspetti ritenuti più maschili per una donna può rappresentare il suo lato vincente, quel qualcosa che attrae e ti brucia proprio come una fiamma. Il giglio insanguinato è rivolto a un pubblico eterogeneo, ma soprattutto a lettori che vorranno fare un viaggio in un tempo passato e nelle emozioni umane.