“Donne sull’orlo di una crisi di nervi” di P. Almodovar

Adoro quei film provocatori e ironici che riflettono su tematiche anche serie strappandoti un sorriso. Li adoro ancora di più se si concentrano sui rapporti tra uomo e donna, in cui emergono gli aspetti che più ci caratterizzano. “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” è un film del 1988 di Pedro Almodovar che io ho visto solo ultimamente, restandone “avvinghiata” per tutta la durata, con un sorriso sulle labbra. Il regista è noto per i temi a lui più cari quali i rapporti tra le donne, l’ambiguità sessuale, l’amore e la passione, l’omosessualità trattata in chiave ironica e la critica alla religione.                                         In merito al film di cui vi parlo oggi, egli stesso ha detto: “Una commedia sofisticata, molto sentimentale. Qualunque stramberia appare verosimile se implica dei sentimenti. L’emozione sentimentale è sempre il miglior veicolo per raccontare qualunque storia. E l’allegria, ovviamente, lo stavo dimenticando. Perché da una commedia, di qualunque tipo essa sia, deve traspirare allegria”.                                                

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L’amore e la sofferenza sono il fulcro intorno al quale ruotano i personaggi e si dispiegano in forme parodistiche, tra simbologie e prototipi. Tutto ha inizio quando Pepa, doppiatrice cinematografica, viene lasciata dal fidanzato Ivan tramite un messaggio lasciato in segreteria proprio nel momento in cui scopre di essere incinta.                                     Pepa è determinata, dinamica, esprime e crea movimento. È decisa a incontrarlo e inizia a cercarlo ma lui non si fa trovare oppure le dice, tenendo si a distanza e senza vederla, bugie che lei svela immediatamente.                                                                                 Ivan rappresenta il prototipo di uomo fredifrago e vigliacco, l’elemento verso il quale e a causa del quale si mettono in moto gli inseguimenti e il movimento del film.                  Sono due personaggi diversi, alla schiettezza e al coraggio di Pepa corrisponde l’inettitudine e l’irresponsabilità di Ivan. Ad ogni mancanza di Ivan corrisponde una reazione di Pepa, fino all’innescarsi di un meccanismo senza controllo che troverà pace solo sul finale.                                                                                                                                     Gran parte della vicenda si svolge nell’attico di Pepa in cui vivono diversi animali e dove finiscono per raccogliersi personaggi fuori dalle righe come l’amica Candela, Carlos, figlio di Iván con la sua fidanzata, Lucía, moglie di Iván e madre di Carlos, una coppia di poliziotti, un tecnico telefonico. L’attico funge da palcoscenico e luogo in cui Pepa accoglie chi le sta intorno. È una specie di spazio che “abbraccia” e permette lo sfogo della rabbia, le confidenze e la solidarietà. Qui ciascuna delle reazioni delle donne sembra avere legittimità, perché di fronte al silenzio, agli imbrogli e alle bugie che ciascuna si porta dietro insieme alla sua storia, anche un telefono scaraventato fuori dalla finestra ha la sua ragione d’essere.

3Il telefono è l’oggetto feticcio della narrazione, intorno ad esso si susseguono attese, chiamate, non risposte. Lanciato via, distrutto e sistemato e poi di nuovo in pezzi. Il telefono è rosso, lo sono anche i pomodori e il gazpacho. Il rosso è il colore per eccellenza scelto dal regista.                       Si lega alla passione, alla rabbia, alla gelosia.                                                    Dettagli rossi caratterizzano anche l’abbigliamento di Pepa e delle altre donne sempre in abiti abbastanza vistosi.

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Oltre ad Ivan, sono presenti altri personaggi maschili che aiutano le donne nei loro inseguimenti e appaiono solo in questa funzione. Gelosia, follia, mancanze.                     L’amore è il tema centrale del film, l’amore che si porta dietro diverse espressioni e situazioni.                                                                                                                                Donne e uomini.                                                                                                               Donne che non riescono a comunicare con gli uomini e uomini che finiscono per “sbiadirsi” di fronte ai punti di forza che le donne generano dalle proprie debolezze, mentre cercano di restare a galla sul limite, in quella zone borderline prima dello scoppio…di nervi.

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Anna Magnani ‘er core de Roma

“Non so se sono un’attrice, una grande attrice o una grande artista. Non so se sono capace di recitare. Ho dentro di me tante figure, tante donne, duemila donne. Ho solo bisogno di incontrarle. Devono essere vere, ecco tutto”. (Anna Magnani)

Personalità è la parola che meglio rappresenta Anna Magnani.

E fu la sua personalità mista alla schiettezza a colpirmi una mattina trascorsa nella sala cinema ai tempi dell’università. Ricordo ancora le immagini che scorrevano sullo schermo del film di Visconti “Bellissima”, i l volto e i gesti della sua protagonista, l’attrice italiana che per prima ha vinto un Oscar, quella che il Times definì “divina, semplicemente divina.”

anna 1Il 26 settembre è stato l’anniversario della sua morte, sono passati quarant’anni da quando il nostro Paese e il cinema mondiale ha perso una figura di riferimento così speciale.

Talento, espressività, passionalità.       Grazie a queste caratteristiche era lei ad essere voluta dai maggiori registi italiani: De Sica, Pasolini, Visconti, Rossellini, Fellini. Grazie a queste doti emerse e divenne un mito nonostante gli anni ’50-’60 vedessero il trionfo di attrici bellissime e prorompenti.

No, Anna Magnani era un’altra bellezza, quella della genuinità, della forza che da dentro conferisce qualcosa di particolare e intangibile al di fuori. Intense le sue interpretazioni, vicina alle donne comuni del tempo, mito del movimento del Neorealismo.

Era mutevole, non etichettabile, mille facce di donna prima che di attrice. Lei stessa diceva: “Lo so, sono la donna più discontinua del mondo. Tutto cambia dentro di me da un’ora all’altra. Il fatto è che seguo il mio istinto ed il mio cuore. Non mi curo di quel che sembro, mai! Sono cosi come la vita, le speranze, ipocrisie.”

anna4Anna Magnani era quella donna che non voleva le si togliessero le sue rughe, ci aveva impiegato una vita a farsele venire. Era una donna in grado di rendere i suoi “difetti” dei punti di forza. L’irregolarità che passava attraverso i tratti marcati, vissuti, una fisicità materna e le occhiaie che enfatizzavano i suoi vividi occhi pieni di espressività, era la chiave del suo fascino.

Nel 1956 vinse il premio Oscar come migliore attrice protagonista per “La rosa tatuata”, il suo primo film americano, recitato quindi in lingua inglese. Nello stesso anno vinse anche il suo quinto nastro d’argento per l’interpretazione nel film “Suor Letizia” di Mario Camerini.

Dopo vari ruoli come cameriera e cantante, nel ’41 Vittorio De Sica le aveva affidato quello di un’artista di varietà nel film “Teresa venerdì” e aveva recitato anche nell’avanspettacolo di Totò.

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È nel ’45 con “Roma città aperta” che ha raggiunto la fama mondiale vincendo il primo Nastro d’Argento. La scena che più di altre la ricorda è proprio quella finale di questo film simbolo del Neorealismo, nella quale Pina (A. Magnani) urla e corre dietro ad un camion su cui i tedeschi stanno portando via il suo uomo.

anna2Anna Magnani è ricordata come ‘er core de Roma, sua città natale ed impersonificava più di chiunque altro il carattere stesso della Capitale, verace e autentica. Eppure, in un’intervista considerava la sua città cambiata nel tempo, profondamente diversa.           Ma forse, la sua città in fondo era volubile come lei.

A chi le chiese: Chi è Anna Magnani, rispose: “Chi sono io? Boh. Ci sono dei giorni che non mi posso vedere e altri che mi sono tanto simpatica. Dunque, non lo so.”

Ho scritto questo post dedicato a lei, perché nel mio piccolo anch’io ho avuto modo di restare colpita dalla sua interpretazione e dalle sensazioni che suscitava. Ci sarebbero chissà quante altre parole da usare per ricordarla, ma penso che il modo migliore sia guardarla, “viverla” vedendo uno dei film di cui è stata protagonista. Riscoprendo il gusto del passato, in un presente in cerca di quell’energia che lei possedeva.

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Con AdottaUnRagazzo.it scegli l’uomo e mettilo nel carrello!

Uomini, donne e l’era di Internet.

Uomini, donne e social network.

Uomini, donne e relazioni.

Come sono cambiate le modalità di approccio tra i due sessi oggi?

Naturalmente Facebook in primis e gli altri social network hanno determinato nuove modalità o meglio, cambiato alcuni comportamenti rendendoci da dietro lo schermo del pc e la tastiera o un Iphone, meno timidi, con più possibilità di scelta, più audaci.

A tutti piace incontrarsi, flirtare e piacersi. I motivi possono essere diversi, c’è chi cerca una relazione, chi l’avventura di una sera, chi per amicizia, chi lo fa per sesso, chi vuole divertirsi ecc. e in tanti non hanno nulla in particolare che li spinga verso l’altro, semplicemente siamo uomini e donne! È sempre stato così.

C’è sempre qualcosa di accattivante nella conquista, nella conoscenza e nell’essere cercati, desiderati e presi o nel attrarre e mollare. Quello che pare più vero oggi come in passato sembra essere: è la donna che sceglie.

Io non so quanto sia vero, ma anche per gli animali è così: la femmina sceglie il maschio che sa le garantirà una progenie forte e che sopravviverà.

La scelta da parte della donna è ciò da cui parte la community di AdottaUnRagazzo.it, il nuovo sito online, basato su una trovata francese e giunto anche in Italia,  in cui solo le donne possono contattare gli uomini. Sono loro che possono cercarli, valutarli e sceglierli aggiungendoli nel loro carrello. Sì, proprio un carrello come quello della spesa.

Qualcuno potrà vederci l’immagine di uomo-oggetto, contrapposta a quella più nota riferita alle donne, qualcuno non sopporterà l’idea di questo carrello virtuale che rimanda all’idea del comprare, qualcun altro dirà che in fondo tutti siamo “merce”, insomma AdottaUnRagazzo aprirà polemiche, critiche ma credo anche una prospettiva simpatica e ironica in cui non prendersi troppo sul serio nelle conoscenze tra uomo e donna.

baffo

AdottaUnRagazzo semplicemente mette in luce qualcosa che già esiste e ci punta nel modo più semplice. Gli uomini e le donne si incontrano sempre più tramite Internet, allora perché non renderlo esplicito? Chat e community rappresentano quelle che erano una volta le piazze, le discoteche o altri posti in cui si era soliti andare per approcciare (che restano comunque ancora luoghi d’osservazione privilegiati per gli incontri tra i due sessi) e che la cosa vi piaccia o no, che vi possa mancare l’idea romantica dei corteggiamenti del passato è un altro discorso. Probabilmente, questa community la snobberete, ma sono sicura che sul sito a sbirciare andrete. Anche senza iscrivervi.

leiE sì, perché non vi ho detto come funziona. In pratica, ci si registra, si possono mettere delle proprie foto rigorosamente corrispondenti alla realtà (sono vietati i nudi e topless) e delle informazioni.   Non si possono pubblicare dati personali come numero di telefono, indirizzi, indirizzo e-mail.  I profili delle donne sono visibili agli uomini che le contattano tramite l’invio di un incantesimo (vedete che l’immaginario fiabesco fa ancora fatica a estinguersi?) e se loro accettano visiteranno il loro profilo oppure lo ignoreranno.         L’uomo ignorato non potrà più tentare contatti, così quelli non ben accetti vengono allontanati dalla cerchia degli interessanti.

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Gli uomini si raggruppano in varie categorie tra le quali le donne scelgono: orsi, tatuati, ragazzi dai capelli rossi, intellettuali ecc. Si possono votare, scegliere in esclusiva o consigliare ad un’altra donna.

Accade ciò che le donne fanno da sempre nella realtà, in questo caso senza essere sedute al tavolino di un bar o sul divano in salotto riservato a quelle tanto amate chiacchierate femminili.

Semplicità, convivialità e sicurezza sono gli imperativi di AdottaUnRagazzo. Non manca una pagina dedicata alle Regole di prudenza.

Quello che mancherà è tutta la comunicazione non verbale, gli sguardi, il tatto, i silenzi, la voce e soprattutto quella chimica inspiegabile…ma una volta che si passerà all’incontro dal vivo sarà tutto recuperabile, sarà l’inizio o la fine.

Uomini e donne sono da sempre i protagonisti di un gioco, quello della seduzione e questa community non fa altro che puntare sul piacere della seduzione e della scelta.

Se siete ironici e autoironici, corteggiatori e non vi prendete troppo sul serio questo sito fa per voi. Perché non provare?                                                                                                                                                                         Se invece, non vi piace sperimentare, se siete legati ad un immaginario di altri tempi o semplicemente non vi interessa o sapete che AdottaUnRagazzo non fa per voi, lasciate perdere.

Da questo uscirai … cambiato, non più forte

In questa sezione Uomini e donne oltreloscoglio oggi vorrei affrontare un tema comune che ruota intorno alla convinzione, o frase che si suole dire a qualcuno o a noi stessi, che recita: “Da questa esperienza ne uscirai più forte” e sue varianti…

Oggi interrogo voi lettori. Quanto ci credete veramente?

Siate sinceri. Davvero le esperienze vissute via hanno migliorato. Davvero dopo una sconfitta o una delusione ne siete usciti più forti? Penso che se uomini e donne prendessero la domanda sul serio, la risposta non sarebbe così scontata.

images1Un’esperienza che ci ha recato dispiacere, qualunque essa sia, no, non ci fa rialzare più forti. Ci cambia.

La vera frase sarebbe: “Dopo questa esperienza cambierai.” Perché ciò che accade davvero è che mutiamo, perdiamo qualcosa come può essere la fiducia, il sogno, la speranza oppure un lato del nostro carattere e acquistiamo qualcos’altro come ad esempio il disincanto, inclinazioni ad altri atteggiamenti. Ognuno vive il suo scambio con la vita.

La somma delle volte in cui ci si è rialzati, si è tornati sulla propria strada, può dare la sensazione che se anche accadrà ancora ce la faremo e per fortuna accade. Ma rialzarsi non significa essere forti, significa vivere.

Uomini e donne, non ditemi che dopo siete gli stessi.

Spesso è il coraggio ciò che viene meno. Ci si scopre più deboli, meno coraggiosi di quello che vorremmo o dovremmo essere. Ho esempi di persone che vedo con i miei occhi, disilludersi, credere meno in se stesse e negli altri, cambiare giorno per giorno perdendo qualcosa della loro persona che li rendeva dei soldati della propria vita. E sono uomini e donne.

E ci sono anch’io. Io ho deciso di guardarmi nell’acqua che sbatte contro questo scoglio, sotto il chiarore del sole di fine settembre e vedermi davvero, senza mentirmi. Le ipocrisie non mi piacciono ed è noto. Percepisco che io non sono tante cose che credevo di essere. Come percepisco di essere più debole, vulnerabile. Ma non sono la sola, al di là dello scoglio ce ne sono altri, ma forse non si guardano realmente e questa è la loro fortuna.

E dunque, vi rigiro ancora la domanda: “Da questo uscirai più forte.” Quanto ci credete veramente?

Non tutto passa

E non è vero che poi tutto passa,                                                                                             si dice che il tempo migliori le cose, che crei distacco, che faccia dimenticare e alleggerire il pensiero nel momento del ricordo. Passano i momenti, i giorni, il dolore e la felicità. Passano le persone, passa un treno. Ma in realtà non è così.

Credo che poi tutto torni. Tornano le situazioni, tornano le sensazioni insieme ai ricordi, tornano le persone.

Facciamo sempre le stesse cose, crediamo di cambiare, di puntare su qualcosa di nuovo, di diverso. Invece, è solo un’illusione. Perché ognuno di noi è quello che è.

eccoTutto torna.

È come se fossimo parte di un percorso a ostacoli in cui la tattica per affrontarlo non sempre si rivela adatta, allora, ci rimettiamo in piedi e ne utilizziamo un’altra. Un ennesimo errore.

«Sia chiaro, per saggezza intendo la capacità di agire in armonia coi miei errori preferiti» così diceva Flaiano ed io penso che alla fine siamo questo, siamo i protagonisti di quella successione di errori che commettiamo. Impieghiamo tutta una vita nel dimenarci tra l’evitarli e il commetterli. L’azione giusta tra l’osare e l’abbandono della prudenza, ma è solo un film già visto, una scalata che abbiamo già compiuto, invano.

Tornano gli errori.

Verso noi stessi e verso gli altri. Scegliamo sempre le stesse persone, lo stesso comportamento, le stesse parole.

Torna ciò che abbiamo intorno, magari sotto altre facce ed altre forme. In altri luoghi, con altre lingue.

Torna ciò che abbiamo dentro.

Non è vero che poi tutto passa. La malinconia non passa. La rabbia neanche. Qualcuno dice che ci si nasca. Che siano sentimenti originari per certe persone.

Tornano, tornano sempre.

E quell’armonia, allora? Mi auguro che qualcuno ce l’abbia nel mezzo dei suoi errori… per altri, resta un suono sconnesso, tra musicalità diverse e inconciliabili. Un sottofondo altalenante, che non passa ma torna sempre.

L’Anatomista di Diana Lama

Regina sente le lacrime scorrerle calde sul viso, ma la pressione della mano sulla testa le arreca conforto. […] Sbarra gli occhi per un istante quando qualcosa di acuminato le trafigge la carne tenera sotto la mandibola. In un attimo di ritrovata lucidità avverte il liquido caldissimo che le scorre dietro la nuca e l’orecchio, e il contatto di una lingua umida che come una lumaca striscia sulla sua pelle nuda e le lecca l’incavo della clavicola. Poi, prima di perdere misericordiosamente conoscenza, Regina capisce tutto, e sorride: è un incubo, solo un lungo, bruttissimo incubo. Fra poco si sveglierà, e sarà tutto a posto, come sempre.

Inizio a parlarvi de L’Anatomista, di Diana Lama, l’ultimo libro che ho letto, da questo estratto: sensazioni, paure e illusioni di una delle vittime del serial killer protagonista della macabra e spietata storia narrata e che si dispiega di pagina in pagina in un crescendo di attesa e curiosità.                                                                                                                    Ho apprezzato questo libro con il tempo, a mano a mano che proseguivo nella lettura, in un alternarsi di intuizioni per situazioni già “viste” che poco mi convincevano e attenzione maggiore per le descrizioni tecniche e mediche. Infatti, l’autrice è una specialista in Medicina del cuore ed ha fatto delle sue conoscenze il punto di partenza per una scrittura a tinte gialle. O meglio, rosse. Il sangue rosso, il cuore, le vene, i fluidi sono gli elementi al centro della narrazione, quelli che sembrano ossessionare il folle guidato dalla penna di Lama. Le descrizioni sono spesso forti, precise e dettagliate e le considero un punto di forza del romanzo, se non il dettaglio con cui Lama fa la differenza.

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Conosce solo un metodo per placare l’ansia.

Intervenire.

Capire. Studiare.

Correggere.

Il serial killer con cui abbiamo a che fare accostandoci a questo volume di 500 pagine, è ribattezzato dai giornalisti come Anatomista, per via del suo modus operandi: mutila i corpi delle donne che rapisce, ad ognuna di loro “ruba” qualcosa, che sia il cuore, un rene, un’ovaia, un braccio… e lascia, nello stesso tempo, dentro di loro un indizio. È un vuoto quello che cerca di colmare. È un progetto quello per il quale tanto ha studiato, tra libri di medicina e chirurgia. È una leggenda quella alla quale s’ispira.

“Posso fare esperimenti di arte su altri esseri umani. Ho le capacità e la creatività per farlo! Sono un genio, come il mio predecessore! Mi ero illuso cogliessi la bellezza del mio disegno.”

Ad indagare su di lui c’è una Squadra speciale, al centro della quale si muove l’insolita coppia composta da Jacopo Durso ,uno psichiatra e profiler e Artemisia (Mitzi) Gentile psicologa. È lei l’altra protagonista, la faccia di quella medaglia che si divide bene e male. Mitzi segue casi di vittime di abusi sessuali e maltrattamenti, lei stessa ne è stata vittima da piccola. Mitzi è quella che ce l’ha fatta, quella sopravvissuta al suo passato. È la prescelta per questa indagine. Non tutti capiranno perché sia stata scelta proprio lei, con le sue continue paure, la sua debolezza e i suoi fantasmi ancora vivi nella mente. Mitzi è sicuramente un personaggio fuori dagli schemi, che a tratti mi è parsa inadatta, anche a me lettrice, fuori posto. Non mi ha convinta, l’ho seguita sperando in una crescita che fosse parallela all’arrivo all’apice delle indagini, ma personalmente non l’ho colto. In fondo, Mitzi non è una poliziotta e finirà con lo scoprire di essere anche lei caduta nella trappola, anche da lei l’omicida vuole prendere qualcosa…

Questa è una città che devi vedere prima di morire. Oppure è una città che tu uccide, una volta che l’hai vista.

Leggere L’Anatomista è anche l’occasione per fare un viaggio nelle viscere di Napoli, città natale dell’autrice, scendendo nei meandri più nascosti, tra il sopra e il sotto, il visibile e il nascosto. Fino alla caverna sotterranea in cui L’Alchimista mette in atto il suo piano, dà forma al suo progetto tra bisturi, divaricatori, lenzuola e tubicini. Tra urla, pianti e suppliche.

L’Anatomista si lascia leggere, coinvolge e in alcuni punti blocca il respiro. Mi ha fatto compagnia lontano dallo scoglio e lo consiglio a chi è ancora sotto l’ombrellone o deve ancora partire.