Empire State: New York e critica urbana

La città, centro nevralgico di cambiamenti e forme sociali e materiali, è sempre stata oggetto privilegiato di osservazione per l’arte, dall’epoca industriale alla modernità.  Riflessione, risemantizzazione e ricerca di ulteriori significati dei simboli e delle tendenze in essere.                                                                                                                 Rappresentare e interpretare i risultati delle azioni sociali, politiche ed economiche.      Città e comunicazione: un binomio indissolubile.                                                                  Ad esso si aggiunge l’arte contemporanea e la sua forza espressiva.

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La città come spazio di distribuzione del potere è il tema della mostra EMPIRE STATE ARTE A NEW YORK OGGI, che mi ha coinvolta lo scorso week end, nel percorso espositivo del sempre affascinante Palazzo delle Esposizioni a Roma.                           Il titolo evoca Empire, titolo del fondamentale saggio di Antonio Negri e Michael Hardt  sul capitalismo globale guidato dagli Stati Uniti (2000), nonché la canzone Empire State of Mind  (2009), coinvolgente inno a New York.  È dedicata a venticinque tra i più noti artisti viventi newyorkesi di diverse generazioni attivi nei cinque distretti metropolitani e nelle aree periferiche e extraurbane della città che riflettono sul ruolo che riveste oggi la Grande Mela nel mondo. Tra essi ricordiamo John Miller, Nate Coman, Ryan Sullivan, Jeff Koons e la Toyota Ruby Franzier.

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Critica istituzionale, analisi del rapporto tra economia e media, discesa in un abisso di inquietudini della vita urbana.                                                                                                Gli artisti prediligono l’uso della tecnologia abbinata all’ astrazione, dando forma attraverso una pluralità di linguaggi a video, installazioni, fotografie e sculture. Gli occhi degli artisti capovolgono il mondo e ci insegnano a“pensare al contrario” , a scoprirne molteplici prospettive di osservazione.

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E se New York si rivela per loro un’eccellente mondo in cui generare nuove idee, con tutte le sue contraddizioni e nel pieno flusso informe e senza riferimenti interpretativi della contemporaneità, anche Roma (città ospitante) può riflettere i suoi cambiamenti tra tradizione e modernità.  In questo, la stessa Roma si fa spazio che accoglie un processo artistico per renderlo visibile e se ne fa palcoscenico. E nello stesso tempo, usa quel processo come specchio attraverso cui riflettere su se stessa. In fondo, l’arte è sempre stato questo, con la sua valenza sociale: critica e risposta agli stimoli, costruzione elaborata della vita sociale attuata dall’interno del contesto culturale di riferimento.

Seguire il percorso segnato dalle opere degli artisti dell’Empire è stato stimolante ed impegnativo, a volte ha lasciato dubbi e totale incomprensione, eppure come ogni spettatore, anch’io  ho fatto la mia esperienza individuale.  Mi riferisco a quella compiuta da ogni individuo quando è di fronte ad un’opera, nella propria totale autonomia che gli permette di attualizzare la potenzialità di senso e significato a partire dagli stimoli cognitivi, dei sensi e delle percezioni che partono dall’opera stessa.

La mostra, per chi non ha ancora avuto il piacere di visitarla, resterà a Roma fino al 31 luglio 2013.

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Newton: scatti di nudi e libertà

Mostra «Helmut Newton. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes»

La linea sinuosa della schiena, con lo sguardo fisso in camera.                                     Nude, vestite solo della loro bellezza, tra arredamenti e spazi esterni, le donne fotografate da Helmut Newton (Berlino 1920- Los Angeles 2004) sono tutt’altro che modelle, soggetti di foto e oggetti di un voyerismo a cui chi guarda è inevitabilmente condotto. Uomo o donna che sia. slide_1_free (1)Sono stati quasi 200 gli scatti che si sono susseguiti davanti ai miei occhi durante la visita alla mostra dedicata al fotografo di moda più provocatore del periodo che va dagli anni Sessanta e Ottanta, ma direi che lo sarebbe anche oggi: top model, ma anche Paloma Picasso, Loulou de La Falaise, storica musa di Yves Saint Laurent e Andy Warhol sono stati immortalati da lui al limite di quello che può essere definito come scandaloso. Eppure, oltre i loro corpi spogli all’ombra della Tour Eiffel, bloccati da busti ortopedici, accostati a manichini, stesi o in piedi come sculture, c’è altro.

Una donnslide_1_free (6)a sul piedistallo consapevole di sé come non mai. Un’ambiguità di fondo di cui erotismo e morte non sono che due aspetti della stessa ricerca di verità. Un continuo rimando tra femminile e maschile, tra sfrontatezza dell’opera e pudore dello spettatore. Libertà. Una libertà dai vestiti che interpreta la libertà da convenzioni e un’emancipazione crescente.

Nel libro «White Women» (1976) il fotografo porta il nudo nell’estetica fashion aprendo la strada ad una erotizzazione delle immagini legate al mondo della moda.

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In «Sleepless Nights» (1979) Newton trasforma progressivamente le immagini da foto di moda a ritratti e da ritratti quasi a reportage di cronaca. È un volume a carattere più retrospettivo che raccoglie in un’unica pubblicazione i lavori realizzati per diversi magazine («Vogue», tra tutti).

In «Big Nudes» (1981) con cui Newton raggiunge il ruolo di protagonista nella fotografia del secondo Novecento, le sue modelle vengono ritratte sistematicamente fuori dallo studio, in strada, spesso in atteggiamenti sensuali, a suggerire un uso della fotografia di moda come puro pretesto per realizzare qualcosa di totalmente differente e molto personale.

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Nel mio viaggio tra nudità esplicita, sottolineata da dettagli come scarpe rosse, una pelliccia o calze,  erotismo, sadomasochismo e feticismo, quello che in conclusione direi che emerge è un senso di libertà, sussurrata quasi in modo imbarazzante a chi osserva o semplicemente guarda. E credo che sia stato questo il messaggio di Newton, rivolto sì al mondo dei desideri umani, passando per il senso della vista, ma anche alla mente pura, priva di condizionamenti. La mente più adatta a seguire la sua creatività, tra follia, irriverenza e visioni immaginarie.

“Se c’è qualcosa che odio è sicuramente il buon gusto: per me è una parolaccia” (Helmut Newton)

Bianco e nero

Una fotografia è un attimo, un istante rubato al tempo, ti rende padrone di quello che nessun uomo può avere per sempre: quel momento di vita tuo o di un altro.

Sorriso magnetico, quello che esplodeva dopo un silenzio serio, dopo una discussione o dopo una carezza. Quella foto gliel’aveva rubata, uno scatto fatto per caso, ricordava solo che gli era sembrata perfetta e da bloccare così. Tommaso aveva preso dalla tasca il suo iphone e  un clik era bastato per farla sua.

Non pensava che sarebbe stata l’unica cosa che gli sarebbe rimasta di lei. Marta era spontaneità e verità. Lui era mille maschere e instabilità. Figure del mondo opposte e complementari.

Tommaso stringeva la foto tra e mani, aveva persino avuto la brillante idea di stamparla… così ora se la ritrovava in giro tra le sue cose, sulla sua scrivania, sul comodino, accanto ai biscotti sul tavolo in cucina, era una odiosa e amata mania.

Erano tre notti che non dormiva, aveva preferito buttare quelle pastiglie nel water. Aveva avuto una serrata discussione con il suo capo e poi anche con suo padre. Si sentiva come una mina vagante, chiunque si avvicinava alla sua scia finiva per essere travolto dalla sua foga, da una rabbia in grado di esplodere senza un motivo. Accecamento contro il mondo e contro tutti. Dolore placato, tenuto a freno sotto strati e strati di anima illusa in un sorriso falso. Il motivo non lo aveva mai capito, o forse sì, colpa di quello o di quell’altro, delusioni amorose, fregature da un amico o difficoltà a lavoro. Oppure era lui, non poteva essere sempre colpa di qualcun altro e allora aveva iniziato un viaggio dentro se stesso e Dio sa quanto sia spaventoso e sorprendente quello che si può trovare nella propria anima. Nella sua c’era solo buio, ossessioni per oggetti e persone, per colori e comportamenti.

Tommaso viveva in un attico in centro, desiderava essere in mezzo al movimento della città e contemporaneamente isolato da tutto, ogni cosa rifletteva uno stato di silenzio, piattezza e doppiezza come il bianco e il nero dei mobili, delle piastrelle del bagno e di ogni angolo. Bianco e nero. Luce e buio. Presenza e assenza, a se stesso e agli altri.

E poi c’erano i colori, quelli che la realtà fuori mescola a caso, dona e ruba, in un vortice di presenze, vissuti e persone, ognuna con il suo mondo eppure tutte insieme apparentemente senza paure. Come Marta. Lei non si fermava davanti a nessuno, con un’innata disponibilità all’ascolto e alla scoperta di chiunque. Anche di lui, dei suoi difetti, delle sue ossessioni, del suo male.

Regina gli faceva visita ogni sera, era avvolta in piume nere e appariva da dietro le tende a scacchi della finestra della sua stanza. Lui la odiava perché era la materializzazione del male, un’allucinazione di cui non riusciva a liverarsi e a nulla era valso vuotare tutte le bottiglie accumulate nel lavandino. Regina tornava sempre e tornava ancor più da quando non c’era Marta.

Tommaso aveva lasciato proprio Marta fuori dal portone l’ultima volta che era venuta, abitava due piani sotto di lui, aveva sentito dei rumori. Ma non erano cose che la riguardavano, Tommaso non la considerava parte di quell’irreale in cui viveva.

UomoSolo

 

Regina lo aveva sedotto, aveva due ali enormi e lo aveva racchiuso in un abbraccio per farlo suo. Il piacere vissuto con Regina era un turbine di vuoti e sensazioni assurde, macchie squillanti e luci offuscate, lui ne era solo ottenebrato senza capirci nulla. Regina era un demone. Il suo demone preferito, pronta a far riemergere ogni volta il nero del suo cuore.

Il vento che si portava dietro aveva messo a soqquadro ogni stanza, la corrente era saltata, i vetri erano andati in frantumi. Non era riuscito  a fermarla, non aveva voluto abbastanza, forse.

E nel frattempo Marta bussava alla porta, urlava il nome di Tommaso. Ci si era anche buttata addosso con tutta la forza credendo di gettarla giù. Poi, era riuscita a distinguere la voce di lui, che la incitava ad andar via. La maledì urlando e lei stremata sentì dividersi in due all’altezza dello stomaco, mentre la lama invisibile continuava a incidere il suo corpo. Avrebbe voluto scappare, scendere le scale ma non ce la faceva. Rimase lì, seduta per terra. Immobile.

E mentre Regina si fermò, placando la sua furia, rimpicciolendosi a forma di donna e con le ali rientranti nella schiena tatuata, Tommaso se ne stava appoggiato alla parete bianca, la guardava nella sua metamorfosi. Gli passò nella mente un flash e ricordò il rumore della sua voce mentre aggrediva Marta al di là del portone. Cosa aveva fatto? Davvero tenerla lontano dal suo male era l’unica cosa che sapeva fare?

Regina stava raccogliendo da terra la foto di Marta.

“Lasciala stare!”

Lo guardò sorpresa. I suoi occhi grigi dimostravano che non avrebbe capito: “Cosa?”

“Ti ho detto lasciala.” Anche Tommaso aveva uno sguardo diabolico.

Regina l’accartocciò in una mano e l’incenerì. A quel punto Tommaso le si avventò contro, lottarono corpo a corpo, finché sotto la forza inumana di lei, cominciò a chiamare aiuto. Per la prima volta nella sua vita. E mentre chiamava Marta, afferrò quell’inutile vaso di vetro che sua madre aveva portato qualche giorno prima e lo lanciò addosso a Regina, colpendola sul volto. Il sangue iniziò a scenderea a rivoli sottili sulla pelle che assumeva un colore violaceo. Tommaso restò immobile.

Lei si portò le mani al volto: “Cosa hai fatto?!”

“Voglio liberarmi di te.”

“Credi sarai libero ora?”

“Sarò pieno del male ancora, ma anche di altro. Di tutto il resto che ho dentro. Sì, questa è libertà.”

Regina aveva un aspetto come se stesse invecchiando, barcollava mentre si avvicinava alla finestra. Si gettò, in un volo senza ali.

Tommaso fu destato dalla voce di Marta. Si guardò in torno, tutto era in mille pezzi ma non avrebbe avuto più timore di mostrarglielo e fece i primi passi verso la porta.