BENU: dalla plastica alla tenda sostenibile

Festività. Tempo di pranzi e cene. Tempo di avanzi. Tempo di rifiuti.                      Eppure tutte quelle bottiglie in plastica e vetro e quelle carte colorate possono essere ancora utili, se recuperate e considerate in una nuova forma.

bottiglieGli svizzeri sanno come trasfomare il riciclo in un ottimo business e con innovazione e creatività dare vita a prodotti di successo. Uno di questi è BENU: un nuovo tessuto composto al 100% di Pet riciclato.  (polietilene tereftalato usato per usi dopo il riciclo)  L’azienda Christian Fischbacher è specializzata nella produzione di stoffe e biancheria e secondo una filosofia che va incontro alla sempre maggiore necessità di dare una seconda vita ai materiali di scarto e di rispettere l’impegno di un etico impiego delle risorse, ha creato questo innovativo tessuto riciclando bottiglie di plastica.

copertaQualità, sperimentazione e 4 bottiglie bastano per realizzare un metro di filato intrecciato. Da qui prende il via la nuova produzione di tende e lenzuola.

BENU è anche il nome di una divinità egizia a forma di uccello simbolo della resurrezione dopo la morte e quindi dell’eternità. Ecco che questo tessuto rappresenta la rinascita della plastica. In inglese, inoltre, ‘Benu’ si pronuncia Be new, che significa ‘Sii nuovo’.

E nuovi dovremmo esserli tutti, mettendo nelle nostre azioni quotidiane uno spirito sano e più vicino al nostro bene e di ciò che ci circonda.                                                  Riciclo, no spreco e recupero sono sinonimi di nuovo e rinascita.

Un buon proposito per il nuovo anno, no?

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Le foto del giorno

Il Natale ha le sue immagini classiche, oggetti simbolo e il tipo colore rosso. Stavo cercando qualche bella foto, qualcosa di diverso e meno conosciuto e mi sono imbattuta in due scenari invernali che mi hanno dato il senso della magia più di ogni altro. Elemento d’unione: la natura.

cattedrale-vegetale[1]A volte l’incontro tra natura e uomo dà vita a creazioni che lasciano senza fiato. Questa è una cattedrale creata da Giuliano Mauri in Valsugana con un corridoio che si snoda tra gli alberi. L’installazione ha le dimensioni di una vera cattedrale gotica composta da tre navate e ottanta colonne di rami intrecciati. Le piante cresceranno di circa 50 metri l’anno e con tagli e potature la forma sarà sempre quella di una vera e propria “Cattedrale Vegetale” e con il tempo, gli artifici aggiunti per accompagnare la crescita marciranno per lasciare spazio solo ai carpi. La natura avrà il sopravvento ma il segno di questo incontro con la fantasia dell’uomo resterà. Se passate dalle sue parti cogliete l’occasione di visitarla, se poi vi capiterà di trovare la neve l’esperienza sarà indimenticabile!

castello-di-neuschwanstein-germania[1]Il castello ha sempre una carica di fascino, mistero e dettagli che attraggono curiosità. Quando poi un castello ha una posizione davvero particolare e il paesaggio intorno ricorda quello letto nei libri di avventura, non si può resistere. Così è successo a me, che scovata questa foto ho pensato di condividerla con voi. Oltre lo scoglio ci sono anche altri paesaggi: una montagna, poco distante da un lago, sul ciglio di una gola vertiginosa e in vista di un altro castello, immerso nella foresta. Il castello di Neuschwanstein è uno dei simboli della Baviera e fu progettato dallo scenografo Christian Jank nel 1869 per volere del “re delle favole” Ludwig II. Rappresenta un altro esempio di incontro tra amore per il bello e paesaggi naturali già speciali. Se si volesse godere della migliore vista sul castello, consigliano di raggiungere il ponte di Maria (Marienbrücke) così chiamato in onore della regina Maria, madre di Ludwig II, che è sospeso sopra la gola del Pöllat. Anche gli interni come la sala del trono, la sala da pranzo, le camere da letto sono piene di materiali e decorazioni originali e di valore. Non è un caso dunque, che Walt Disney, rimastone affascinato, lo rese come modello per il castello del film d’animazione “La bella addormentata nel bosco”. Penso sia una meta alternativa ma immancabile per un viaggio che siate appassionati di storie, castelli o in visita nella terra germanica. Ma io abbandonerei con piacere anche solo un giorno questo scoglio per andarci! E magari d’inverno, che anche in questo caso, renderebbe tutto più favoloso.

Come i brand racchiudono il Natale in pochi secondi

Nulla come il Natale dà la giusta ispirazione per una storia, per un messaggio e un momento di emozione aggiungendo un alone di bellezza e possibilità su tutto.  Nulla come il Natale, con tutto questo, offre spunti per il marketing.

Le pubblicità natalizie affollano tv, giornali e vetrine con i soliti colori, simboli e frasi fatte. Di solito è quando inizio ad accorgermi degli spot natalizi che mi rendo conto che il Natale è vicino. Per fortuna non tutti gli spot sono banali e qualcuno penso funzioni al di là del contesto festivo.

Un esempio quest’anno è quello di Pupa: http://www.youtube.com/watchv=o5wv1H9fVts                                                                   In un mondo bianco e argentato, tra alberi decorati da cristalli, un pianoforte a coda total white che si innalza tra le nuvole e bolle trasparenti che custodiscono i nuovi prodotti Pupa. Sulle note della canzone danzano giocolieri e clow truccati ed in abiti dalle geometrie bianche e nere con dettagli rossi. Ironia, sogno e divertimento sone gli elementi chiave insieme al jingle creato ad hoc che cita il brand.

pupaLo spot Sky http://www.youtube.com/watch?v=0vdA0LHqUXY  dove un bambino aprendo un pacco riceve la sorpresa di un Robin Williams versione uomo-giocattolo telecomandabile, con il quale si diverte immaginando di intraprendere un’avventurosa impresa, di partire a bordo di un’astronave e tra i cow boys e poi si addormenta ascoltando un suo racconto. Ma in realtà, il piccolo protagonista si è appisolato non sulle ginocchia di Williams ma sulla scatola del nuovo My Sky HD. “E’ cinema, è magia, è my Sky”  recita lo slogan della voce fuori campo. L’atmosfera della notte magica ha sempre il suo fascino, come il tema dell’infazia e del gioco. Ognuno di noi, da spettatore, per centoventi secondi ricorda il suo giocattolo con cui viaggiava tra mille mondi. L’empatia è forte. Lo spot funziona e non è banale. Quando poi nella scena finale la famiglia è sul divando davanti alla tv, scopriamo che non c’è più nulla di molto comune con i nostyri ricordi: è Sky a fare la magia, è grazie a Sky che il bambino sogna. R. Williams era solo la personificazione di ciò che Sky può fare.E’ grazie alla tv che si generano le immaginazioni dell’infanzia.

L’esperienza di ognuno di noi è riproposta nello spot della Ferrero per Pocket coffee: http://www.youtube.com/watch?v=zTS_OSjEq8w Quella del viaggio intrapreso ogni giorno, per lavoro, per studio, per piacere. Da soli, in compagnia, in bici, in macchina, in autobus o facendo l’auto stop e sempre con quella carica, quel coraggio che distingue ogni consumatore del cioccolatino al caffè. E’ un mini film, che si sostiene sull’idea della strada, della vita e della possibiltà delle scelte quotidiane e sulla sensazione di non essere mai soli ad ogni incontro, soprattutto in quelli imprevisti. Love story di Taylor Swifft è il brano scelto per accompagnare questo spot.

Lo spot più cliccato della rete è quello  di John Lewis una catena di centri commerciali inglese  che quest’anno vede protagonisti due pupazzi di neve innamorati. http://www.youtube.com/watch?v=0N8axp9nHNU  Le immagini, accopagnate da una cover dei Frankie Goes to Hollywood interpretata da Gabrielle Aplin, riperdorrono i luighi attraversti dal pupazzo tra città, montagne, fiumi e tempeste di neve e lo spettatore non capisce cosa lo spinga a spostarsi, finchè non trova ciò che cerca: il regalo per la sua amata. Un cappellino, una sciarpa rossa a pois bianchi e i guanti.

pupazzoSicuramente tante altre sono le pubblicità più note e ricordate ma ho voluto scegliere quelle con qualcosa di diverso, che si leghino al periodo di Natale senza scelte scontate. Perchè se la festività più conosciuta e coinvolgente è un punto di partenza facile per la narrazione, la creatività non deve mai smettere di percorrere le strade più originali.

2012 cambiamenti possibili

All’orizzonte di quella che potrebbe essere l’ultima notte del mondo, quella che determinerebbe un finale tanto annunciato nel corso della storia dell’umanità e tornato in auge quest’anno con la profezia dei Maya, si scorgono eventi per esorcizzare, scherzarci e forse… segnare davvero una chiusura. In tutto il pianeta in queste ore sta accadendo qualcosa ed in Messico questa settimana si è raggiunto il buum dei turisti. Un’ambientazione speciale è sicuramente quella del sito astronomico di Stonehenge in Inghilterra dove è stato organizzato un party. In Francia, a Nizza si dice si voglia vivere il momento con una maxi orgia in piazza, mentre Bugarach, cittadina francese ai piedi dei pirenei e considerato luogo salvifico e magico è per molti un rifugio, spazio immune dalla catastrofe. E nel bel Paese? A Napoli sono stati dislocati nella città ben 36 corni anti  malocchio alti circa tre metri e realizzati in vetroresina, nella Capitale praticamente ogni locale e ogni quartiere ha organizzato il  proprio countdown e di altro genere è iniziativa fiorentina, presso l’Auditorium Stensen, relativa a una maratona  cinematografica a tema intitolata emblematicamente Apocalypse Night.

E voi cosa state facendo? C’è chi non ci crede e anzi fino a che non è uscito dal lavoro neanche se ne era ricordato, chi si è tormentato sui social network tutto il giorno in linea con il conto alla rovescia, chi si gode la serata come sempre e chi deciderà di fare qualcosa di speciale, magari aprire una bottiglia di vino, chiamare quell’amico che non sente da troppo tempo o chiamare quello/a che meriterebbe di essere mandato a quel paese, in fondo non è ancora Natale…

Ed io? Dallo scoglio sull’infinito del mare sempre più scuro e schiumoso in inverno, mi diverto a curiosare cosa combinano gli altri, non credo ai Maya, non credo che la fine del mondo sapremo quando sarà, non credo che la vera fine del mondo sia tanto lontana, anzi forse ci siamo già dentro considerando certe strade intraprese dall’umanità.

Credo però che il 21 dicembre 2012 potrebbe segnare una svolta. No a supposizioni negative ed apocalittiche. Sì ad un cambiamento di atteggiamento in positivo. Da domani uomini e donne, sopravvissuti, rifletteranno anche solo un attimo e considereranno di avere davanti un’altra possibilità, forse l’ultima.

Una possibilità di essere migliori, di crearsi delle opportunità, di agire. La fine del mondo è l’inizio di un altro mondo, quello nel quale liberarci da zavorre passate e rispolverare le nostre vite, in cui renderci conto di cosa ha senso e valore per noi e cosa non ce l’ha. Iniziamo cambiando il nostro piccolo mondo personale e la fine del Mondo sarà lontana. Ancora per qualche migliaia di anni…

Il desiderio di Babbo Natale? Nutella!

nutella 1
“E’ Natale e i bambini scrivono la lettera con i loro desideri. Sanno che Babbo Natale li realizzerà, tutto sembra perfetto ma a babbo natale chi ci pensa?”

E’ introdotto da queste parole il video Nutella for Babbo, al centro della campagna natalizia di Nutella volta a incentivare le vendite del prodotto più dolce del mondo in questo periodo.

L’attenzione è posta sulla felicità di uno dei protagonisti del Natale, il babbo rosso che distribuisce doni in tutti i Paesi il mondo e in una sola notte ma a cui nessuno ha mai pensato. Anche lui ha un desiderio, nel tempo ha accumulato letterine senza un destinatario ma quest’anno c’è l’elfo Spalmino.

Splamino afferra la lettera e scopre il desiderio di Babbo Natale, condividendolo attraverso i social network: siamo tutti chiamati ad aiutarlo, basta poco per fare più buona la vita…anche quella di Babbo Natale! Basta postare una foto con un barattolo di Nutella sulla pagina fb italiana.

Il cartone animato è on line dal 7 dicembre ed ha già avuto più di 60 mila view. L’interazione con i consumatori o meglio fan, dato che la Nutella rientra tra i lovemarks più seguiti, continua anche se Twitter e Pinterest.

L’idea creativa di OgilvyOne dunque si muove anche nella dimensione social promuovendo la viralizzazione, l’effetto buzz attraverso i principali portali e siti broadcast.

Mistero, sensualità e intimità sono le quailità uniche di ogni Lovemarks, quello che lo differenziano da qualsiasi altro brand. E Nutella le  possiede tutte. Chi non è innamorato di Nutella? Chi non ha una esperienza tutta sua e originale legata alla Nutella? I sogni dei consumatiri si fanno realtà e per il 2012 il viaggio conduce fino al mondo più tipico del Natale, quello di Babbo e dei suoi folletti fino a essere chiamati a prendere parte alla storia nel ruolo da protagonisti.

Passione, emozione, esperienze.

Nutella ha costruito da sempre legami emotivi durevoli con i suoi consumatori e l’ultima iniziativa ne è la conferma. Come tutti i consumatori di Lovemarks anche quelli della Nutella prendono parte ad una conversazione a doppio senso, che oggi vive soprattutto sui social media.

Questo è il link dello spot http://www.youtube.com/watch?v=dETqxxr6HPs

Se volete inviare anche voi la vostra foto con Nutella questa è la pagina Facebook https://www.facebook.com/#!/pages/Nutella-Italia/348100385217350

Intervista a Marina Crescenti

Tra i primi post di Oltreloscoglio c’è quello dedicato ad uno dei suoi libri, così ho pensato che sarebbe stato davvero interessante provare ad  intervistare Marina Crescenti. Lei, gentilissima,  ha accettato ed ecco di seguito la nostra chiacchierata!

Ciao Marina, noi ci conosciamo già ed è un piacere per me intervistarti. Spero sia l’occasione per farti conoscere anche ai lettori di Oltreloscoglio.

Se ti chiedo di presentarti… chi è Marina Crescenti?

E chi lo sa. Ci provo: una donna che vive delle passioni di quando era bambina, una bambina che realizza i suoi sogni coi mezzi e le capacità di un donna. Credo di essere puerilmente matura.

Cos’è per te scrivere e quando hai iniziato?

Scrivere è un bisogno fisiologico, se scrivo sto bene, se non scrivo mi sento una bomba a orologeria. Scrivere è libertà allo stato puro, un salto nel vuoto, è adrenalina. Scrivere è terapeutico. Una droga, non potrei farne a meno. Scrivere significa crescere. E’ vedere come cambi nel tempo, qualcuno che ti resta accanto, che cambia con te, per te, come te. Fedele, leale, non lo sarà solo se sarai tu a tradire te stesso con false emozioni, finti sentimenti su carta. Quando ho iniziato? Non ho molti ricordi legati a Barbie o Ciccio Bello, solo uno in particolare: una penna a sezione esagonale colorata di rosso, scivolava meravigliosamente sul foglio, inchiostro blu, avevo appena imparato a scrivere, non ho mai smesso.

Se invece ti riferisci alla narrativa, ho iniziato nel 2004 con 4 Demoni.

Ogni scrittore ha le sue abitudini, i suoi momenti speciali e modi di cogliere l’ispirazione. Tu in quale situazione ami scrivere i tuoi libri?

Sicuramente, di notte. Ma ogni momento può diventare perfetto, basta lasciarsi andare, ascoltarsi, lasciare che le cose arrivino dentro e sgorghino fuori, senza preconcetti, niente sbarramenti, puoi allora cogliere l’istante di una visione anche a un semaforo rosso. Importante è avere una penna sempre a portata di mano, anche un cruscotto a volte può essere una valida base di appoggio.

 Da cosa nasce la predilezione per il genere giallo e noir?

Dalla mia voglia, no meglio, dalla necessità imprescindibile di conoscere fino in fondo il perché delle cose, e anche il dove, il quando, il come! E il giallo, come il noir, racchiude in sé tutto questo. Comunque, è una passione travolgente che ho da quando ero bambina, temo di esserci nata, non riesco a immaginarmi senza.

Dai tuoi libri emerge una particolare sapienza cinematografica. Infatti, i film polizieschi degli anni ’70 hanno creato il tuo immaginario fin da bambina. Quanto influisce la passione per il cinema sul tuo modo di scrivere?

Parte tutto da lì. Dai film gialli e polizieschi italiani dell’epoca – qualcosa del cinema francese, meno di quello americano – che ho visto e stravisto. Ci sono cresciuta. Mi hanno plasmata. Formata. Deformata?…

Ognuno di noi ha un libro speciale, quello che in qualche modo più di altri è stato importante nella nostra vita. Qual è il libro che ti ha lasciato il segno?

Due. Centomila gavette di ghiaccio, la mia bibbia, è arredo permanente del mio comodino. L’Alienista di Caleb Carr, lo spintone finale che mi ha fatto andare a sbattere contro la scrittura narrativa.

La citazione più bella letta in libro?

La vita è la cosa più infernale che possa capitare a una persona.

Veniamo a “E’ troppo sangue anche per me”, di cui i lettori di Oltreloscoglio hanno già avuto modo di leggere la recensione. Da quale idea è nato?

l giallo è una passione, la scusa per scrivere di ciò che desidero. In ogni mio libro, come in questo, esiste un argomento di fondo che comincia a premere dentro, io lo lascio fare, poi lo metabolizzo, lo sviscero, quando prende a gridare forte è ora che esca. E’ un parto. L’idea di “E’ troppo sangue anche per me” scatta dalle cosiddette Case delle Bambole, tristemente note anche come Joy Divisions, le Divisioni della Gioia, ovvero, i bordelli tedeschi dove gli ufficiali nazisti obbligavano le più belle giovani ebree, prelevate dai campi di concentramento e poi tirate a lucido, a prostituirsi senza sosta. Senza possibilità di fuga. Ma una ce la fa, almeno nella mia mente, e da questa idea ulteriore si snoda l’intero romanzo ambientato ai nostri giorni, con agganci al passato.

E’ troppo sangue anche per me è il terzo romanzo in cui il protagonista è Luc Narducci, commissario ispirato all’attore Luc Merenda.  Quali sono secondo te i punti di forza del tuo Luc?

E’ vero, sincero, mostra solo quello che è veramente, conosce i suoi limiti, molto meno le sue capacità, perciò non si dà arie ed è comprensivo verso gli altri, poco con se stesso, si butta nelle cose e non si risparmia, è autoironico, impulsivo, fedele, è un sentimentale, sa essere un vero amico, ma soprattutto è un grandissimo gnocco!

Luc Merenda alla fine lo hai conosciuto! Dopo mail senza risposta, tentativi vari sei riuscita a conquistare anche lui. Come è andata?

La prima volta che ci siamo incontrati, un tre anni fa circa – ero andata a Parigi per farmi consegnare la prefazione al terzo romanzo – avevo il raffreddore, sfilo di tasca un fazzoletto, ma prima guardo strategicamente l’orologio al polso, le 10,15. Lo aspettavo per le 10,30.  Avevo un quarto d’ora buono. Perfetto. Agisco con calma, con altrettanta calma, tramutatasi subito in un “vorrei sotterrarmi”, sollevo lo sguardo e me lo ritrovo davanti nell’esatto istante in cui mi soffio il naso. Erano trent’anni che volevo conoscerlo.

Oggi, stiamo scrivendo a quattro mani un memoir sugli episodi più divertenti della sua vita d’attore, ho superato il trauma.

In “E’ troppo sangue anche per me” Luc, commissario lombardo, preciso e rigoroso,  è affiancato da un collega e amico di vecchia data pescarese. Si tratta di Orfeo, un investigatore dai modi meno convenzionali e caratterizzato da un forte accento abruzzese. Cosa viene fuori da questo incontro di personalità diverse?

C’è un’altra cosa nel libro che mi divertiva parecchio descrivere: il rapporto tra il protagonista, Luc, di Milano, e il suo amico poliziotto, Orfeo, di Pescara. T’ho detto tutto. Due mentalità a confronto. Nord e Sud. Ne succedono di tutti i colori, ridevo da sola, mentre scrivevo di questi due rompiscatole, come hai detto giustamente tu, così diversi, e impegnati, loro malgrado, in un’indagine dai toni cupi; credo si sia trattato anche di un espediente (inconsapevole?) per allentare la tensione. E non solo del lettore.

Orfeo con la sua semplicità, i suoi modi schietti, strappa a Luc ogni tanto un sorriso e gli fa capire che c’è anche un altro modo di vedere le cose. Vorrei riportare l’ultimo dialogo tra i due soggetti:

Le risaie sono ricolme d’acqua, Orfeo le osserva rapito mentre guido verso la chiesa. E si sta rilassando. Era ora. Chissà, mi domando, in un uomo che ha vissuto col mare davanti, quali emozioni susciti un paesaggio così diverso. Di certo, una percezione di armonia, un senso di pace nuovi per lui.

“A Lù.”

“Sì…”

“A Lù.”

“Eh!”

“A Lù, ma quant’ cazz’ ha piovuto?”

 La scelta di dar voce a un personaggio di Pescara è legata alle tue origini, giusto?

Giusto. Il romanzo comincia con un omicidio avvenuto a Pescara, ma è ambientato tra Milano e Pavia, con una breve tappa a Varsavia. Il perché io abbia voluto inserire Pescara in un mio romanzo è presto detto: è la mia città. Vivo a Pavia da diversi anni, cominciava a non piacermi che parlassero o scrivessero di me come una scrittrice pavese. Perciò, ho pensato che fosse arrivato il momento di “immortalare” tra le pagine di un mio libro le mie radici.

Luc Narducci è circondato da tanti altri personaggi: la sua squadra investigativa e la sua famiglia. Credo contribuiscano a rendere avvincente la lettura, perché immergono il lettore in una realtà che sente più “umana” e vicina a lui. Quanto ti diverte muovere i fili della vita dei vari personaggi?

Molto. Quando dicevo che scrivere è libertà, voglio intendere proprio questo: dei tuoi personaggi puoi fare quello che vuoi. Come pure hai carta bianca con le vicende nelle quali vuoi immergerli. Puoi farli addirittura morire…

Credo anch’io che descrivere i personaggi a tutto tondo, lavoro, famiglia, relazioni interpersonali, hobby, presentarli dunque nella loro completezza, non solo renda la trama più densa, più interessante, ma il lettore finirà anche per affezionarsi a loro. La monotematicità la trovo piuttosto noiosa.

In “4 Demoni” era presente la tua passione per il tennis, in “Joy” tracce tratte dai brani dei Joy Division, band inglese degli anni ’79-80 e in E’ troppo sangue anche per me flash e immagini riferite ad un documentario sulla Joy Division (baracche femminili dei campi di concentramento in cui le donne venivano usate come prostitute dalle SS). Quest’ultimo è un tema molto delicato e importante, come è nata l’idea di proporlo nella vicenda da te narrata?

L’idea è nata da un documentario che ho visto in televisione intitolato “La Prostituzione e la Wehrmacht”. Non immaginavo a quali cose orribili andassero incontro quelle povere ragazze, e non è stato facile ascoltare queste ultraottantenni sopravvissute a quell’inferno mentre parlavano della loro sterilizzazione, del modo raccapricciante con cui veniva eseguita.

Ecco una testimonianza di come anche il giallo e il noir siano mondi letterari in cui è possibile trovare anche altro, per non parlare delle emozioni vere che suscitano e dunque, di quanto possano essere comunicativi. Eppure, per qualcuno, come è avvenuto per il Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza, gialli, fantasy ecc. ignorano il compito conoscitivo della letteratura…

Sono rimasta letteralmente allibita di fronte a tanta superficialità, boria e ignoranza. Non voglio aggiungere altro, lungi da me fare a questa casetta editrice, quantomeno di intenti, della pubblicità.

A ottobre è stato pubblicato il tuo nuovo romanzo “Le lacrime del branco.” Puoi presentarcelo?

Il romanzo si ispira ai nostri polizieschi degli anni ’70. Questa volta mi interessava mostrare la doppia dimensione in cui vivono i componenti del branco: carnefici e vittime al tempo stesso. Ragazzi che usano ogni genere di violenza senza mostrare rimorsi o ripensamenti, vittime degli abusi subiti in ambito familiare durante l’infanzia. Non a caso, il titolo parla di lacrime. Abusi, dunque, sofferenze, umiliazioni che traggono spunto da storie vere che ho approfondito in alcuni testi e saggi sull’argomento. Perciò, il mondo visto attraverso gli occhi di spietati assassini, il lato umano di cinque ragazzi nella difficile convivenza col proprio io, difettato, dilaniato da chi prima di loro la sapeva già lunga su come distruggere un’anima e deviarla in prossimità dell’Inferno.

 Un’ultima domanda. Se ora avessi dinanzi un foglio bianco, cosa scriveresti?

Dopo il Branco? Una storia d’amore. Per purificarmi.

Marina, ti ringrazio per il tempo dedicato a questa intervista. Ancora complimenti e in bocca al lupo per tutti i tuoi prossimi progetti!