L’ISPETTORE COLIANDRO Quella verità che è in tutti noi

Occhiali Rayban a goccia, giacca di pelle, spaccone, schivo e ignorante.              Questo è l’antieroe italiano: l’ispettore Coliandro, il braccio maldestro della legge. Proprio ieri sera mi sono imbattuta in uno degli episodi in replica, visto, rivisto e che rivedo sempre con entusiamo! Nato dalla penna gialla di C. Lucarelli, è approdato in televisione nel 2006. La serie televisiva è diretta dai Matetti Bros che con uno stile veloce, autoironia e citazioni hanno lasciato un segno innovativo, alternativo e non banale nella fiction italiana. Ciò che cattura subito lo spettatore è la colonna sonora. Capisci subito che ciò che sta iniziando è qualcosa di nuovo, che cercavi e invano di solito trovi nella nostra tv.  E poi eccolo, l’uomo comune, il poliziotto vero con tutti i suoi difetti  e lati umani.

Coliandro è diretto, autentico. Fa figuracce, è imbranato, sfigato ed ha pure un lato infantile. È fan di C. Eastwood e ha un unico sogno: tornare in serie A.                          La serie A è la Squadra Mobile, viene spostato di volta in volta e assegnato allo spaccio alimentare, all’ufficio scomparsi, all’ufficio passaporti e pure al reparto cinofilo. Il commissario De Zan e la dottoressa Longhi infatti, non solo non lo stimano ma non fanno altro che cercare di tenerlo lontano dalle indagini.                                      Coliandro si caccia sempre nei guai, si trova in mezzo a indagini rilevanti per caso o perché intende portarle a termine prima di tutti per fare bella figura con i superiori.  Nelle storie più strane nelle quali si caccia c’è sempre una ragazza di mezzo che lo aiuta, legata in qualche modo al caso e che però si fida di lui. Ogni donna che lo affianca possiede quella intelligenza e intuito che a lui manca, così grazie alle loro informazioni e a qualche strano colpo di fortuna, Coliandro risolve i casi… Il più delle volte senza comprendere fino in fondo cosa è accaduto e rischiando di mettere in pericolo le indagini ufficiali. Alla fine si ritrova senza alcun merito, sedotto e abbandonato.

Coliandro ha la sua forza non solo nelle sue debolezze che lo rendono più vicino a noi ma anche nelle qualità: ironizza su tutto, non si prende sul serio, è autentico.         Crede in se stesso e in quello che fa. È buono, onesto, sa stare vicino a chi è più debole e soprattutto è in grado di cambiare. Sarà anche razzista, pieno di pregiudizi ma ogni volta sa mutarli, riuscendo ad andare oltre.                                                    “Minkia” è il suo intercalare e tante sono le sue frasi più celebri, qualcuna l’ho pure salvata sul cellulare una sera che non avevo dove segnarle… Anche gli altri personaggi parlano come fa nella realtà la gente comune.                                                     Violenza, parolacce, gergo da strada e un po’ di vera cattiveria colorano i dialoghi ricchi anche di citazioni. In ogni puntata ci sono riferimenti a film di genere degli anni ’70-’80, in particolare all’ispettore Callagan.                                                                        Bologna è l’altra protagonista, con le sue diverse problematiche urbane e Coliandro funge da “accompagnatore” tra le problematiche sociali e i luoghi comuni.              Senza ipocrisia, Coliandro è l’occhio sulla vita di una città a tinte noir. Le atmosfere sono ancor più suggestive grazie alle scelte musicali funky anni ’70, jazz, rap e heavy metal sempre ben inserite nella narrazione. Originalità, non banalità, cura della regia, nella costruzione dei dialoghi, nulla è lasciato al caso. Come forse superficialmente si potrebbe credere. Qualità che i telespettatori hanno colto e che dal 2010 sperano in nuovi episodi. Mentre continuano a vedersi propinare positivi e anticonformisti prodi personaggi che con genialità sconfiggono sempre il male o fiction di storie sdolcinate e dai dialoghi vicini a quelli delle soap. Ci vuole più coraggio ad essere realisti!            Non credo sia vero che lo spettatore voglia essere rassicurati e i fan di Coliandro sono una testimonianza. Più che di rassicurazioni, oggi vogliamo la realtà, vogliamo vedere sullo schermo noi stessi, con i nostri problemi, timori e capacità di cavarcela sempre e comunque, proprio come fa Coliandro.

Anche io nel frattempo non posso che dare il mio piccolo sostegno con questo post, continuare a vedere le repliche o le scene su YouTube, ridere, sorridere, anticipare le battute e finire sempre con il chiedermi quanto G. Morelli, che sembra abbia il personaggio cucito addosso con un’interpretazione perfetta, ci faccia o ci sia. E poi, lo confesso, a volte mi chiedo: “E se un giorno Coliandro incontrasse la mia ispettrice Claudia De Angeli e la chiamasse bambina?”…”sarebbe…Bestiale!”

Mostre sotto l’albero

Manca ormai un mese a Natale, il periodo delle feste concilia spostamenti e tempo libero da dedicare a ciò che piace condividendolo con chi amiamo. Tra gli avvenimenti culturali vorrei segnalarvi alcune mostre aperte proprio in questi mesi.                                                         A Torino è possibile immergersi nelle più belle opere dell’impressionismo realizzate da Degas. “Classe di danza,” “L’etoile,” “La tinozza,” “Le stiratrici” e tanti altri dipinti catturano l’attenzione e affascinano grazie a particolari  colori, sfumature e la soggettività della realtà che caratterizzano questo movimento artistico sviluppatosi alla fine dell’800. La donna, che allora stava acquistando maggiore valore nella società, è tra i soggetti preferiti dall’autore, non mancano i paesaggi e gli ambienti familiari.                                

(Presso la Palazzina della Società Promotrice delle Belle Arti fino al 27 gennaio 2012, http://mostradegas.it/)

Venezia dedica una mostra a Giuseppe Capograssi, uno dei più importanti artisti del secondo dopoguerra. Oltre sessanta opere, tra dipinti e lavori su carta, provenienti da importanti musei e collezioni private ripercorrono l’evoluzione artistica di Capograssi dagli esordi degli anni ’30 fino agli anni ’50-’60, tutte contraddistinte da quell’innovativo “alfabeto” che è il tratto distintivo della sua creatività, strettamente legata alla ricerca sull’importanza del segno. (Presso la Collection Peggy Guggenheim fino al 10 febbraio 2013, http://www.guggenheim-venice.it/default.html)

Ferrara riunisce circa ottanta tra dipinti, sculture e opere su carta di  Giovanni Boldini,uno dei più grandi artisti della città e di Previati e De Pisis che hanno arricchito il patrimonio culturale nel corso del Novecento. Temi letterario religiosi, ritratti celebri come “Ritratto del piccolo Subercaseaux”, “La signora in rosa” si confrontano con nature morte, vedute parigine, ricreando un eccellente incontro tra arte italiana ed internazionale. La mostra è allestita a Palazzo dei Diamanti, uno dei luoghi d’arte più importanti del nostro Paese, un motivo in più per passare in questa città che, dopo il terremoto sta dando segnali di ripresa proprio attraverso l’arte.           (Palazzo dei Diamanti fino al 13 gennaio 2012, http://www.palazzodiamanti.it/)

Anche la fotografia ha il suo spazio, davvero speciale se parliamo di Robert Doisneau, il più illustre rappresentante della fotografia “umanista” in Francia e conosciuto in tutto il mondo. A Roma, scatti in bianco e nero, sincerità, umorismo, donne, uomini, bambini, innamorati e animali colti in momenti di vita, in attimi che esprimono il loro modo di vivere Parigi.                                                                                                              “Quello che cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei la tenerezza che speravo di ricevere.”

Questo era l’intento di Doisneau, la sua ricerca e ciò che provava nel mondo che catturava con i suoi scatti e sono sicura che chi visiterà la mostra si sentirà bene, sfiorerà la  tenerezza.                                                                                                                                   

(Al Palazzo delle Esposizioni fino al 3 febbraio 2013, http://www.palazzoesposizioni.it/categorie/mostra-023)

Altre foto sono raccolte in una mostra a Caserta, quelle di Henri Cartier Bresson, pioniere del foto-giornalismo, detto “occhio del secolo.”

Avvenimenti semplici, rappresentati in modo attento e con la stessa profondità di quelli più importanti.          Le fotografie sono inoltre, accompagnate dai didascalie di scrittori, critici, amici del fotografo. (Presso la Reggia di Caserta fino al 14 gennaio 2013)

Nell’attesa di poter presto scrivervi in un post della mia personale esperienza ad una di queste mostre, spero cogliate anche voi l’occasione e poi sono allestite in città ancor più affascinanti e da scoprire in questo periodo. Ah, un consiglio: un bel biglietto per una mostra potrebbe essere anche un regalo non banale. Approfittiamone! E fatemi sapere 😉

Gabbia. Dentro e fuori.

La gabbia aveva sbarre in ferro che costituivano un limite verso tutto il resto, un limite non chiuso ma che lasciava vedere cosa c’era oltre.

A volte Derek restava raggomitolato con le ginocchia piegate e strette in un abbraccio, lì in un angolo. Altre volte si sedeva al centro, con il naso all’insù immaginando un soffitto fatto di cielo e stelle. Capitava qualche volta, che si aggrappava alle sbarre, le stringeva con le mani piene del desiderio di spezzarle, liberarsi. Nella gabbia era solo. Ma non sempre. 

C’erano situazioni, anni, mesi, momenti, incontri, vittorie e sconfitte e nuove lotte.  Nella gabbia c’era sempre modo di ricominciare, per tentrae ancora. Quasi sempre.            La sensazione che si generava non era di soffocamento, perchè non si trattava di unascatola chiusa. Bensì di prigionia, quell’essere così vicino all’altra parte eppure nell’impossibilità di esserci, di arrivarci.

La gabbia permetteva anche che il carnefice guardasse, oseervasse, lo stuzzicasse. Proponeva giochi, scommesse, illusioni ambigue ed attraenti. Neppure lui ricordava da quanto tempo la tenesse lì dentro o forse sì, che importanza aveva… Davanti alla gabbia si susseguivano come su un palcoscenico teatrale, marionette, fantasmi, angeli. Tendevano mani, regalvano abbracci, suscitavano rabbia, delusione, gioia, sostegno. Si avvicinavano, s’intrattenevano, restavano chi più a lungo, chi meno e poi si allontanavano.

Solitudine. Compagnia. Ricordo.                                                                                      Quella gabbia non si sarebbe mai aperta, succhiava energie, fagocitava forze e coraggio.  Derek spesso non si riconosceva, nè nel passato, nè nel futuro. Nel presente, seduto su un altalena, oscillava tra speranze, prese di posizione, tentativi vani di resistenza e accettazione. Anche la gabbia in fondo poteva essere vissuta ancora, accettata con tutto ciò che offriva sullo scenario fuori e dentro.

Guardare e non toccare.                                                                                             Desiderare e non avere.                                                                                               Provare e non vincere.                                                                                               Allungare la mano  e non afferrare.                                                                                   Prendere e perdere.

Il rumore del respiro era l’unica cosa che J. sentiva se si fermava. Se smetteva di agitarsi, di saltare. Nel vuoto e nel silenzio, il cuore faceva sentire i suoi battiti. Suono sordo, deciso e ritmico. Prepotente. Derek non sapeva  per quanto sarebe stato tenuto lì. Continuava a fabbricare arnesi, armi e trucchi; senza quell’impegno sarebbe stato peggio.               Poteva, doveva.                                                                                                                   Nel frattempo la gabbia si allontanava, si faceva vanescente o si appesantiva rendendo il prigioniero invisibile.

La galleria d’arte più lunga del mondo è la metropolitana di Stoccolma

Scendere dalla metro e trovarsi in un ghiacciaio, attendere la prossima corsa con alle spalle lo sfondo di una necropoli, muoversi tra altri passeggeri, facce anonime e compagne del tempo quotidianamente consumato in quella che è una metropolitana ma anche la più lunga galleria d’arte  del mondo è possibile, è reale, è quello che accade a Stoccolma.          Sculture, mosaici e dipinti hanno pian piano arricchito questo spazio così esteso e insieme alla volontà di portare la gente ad avere un contatto diretto con l’arte, hanno dato vita ad un’impresa culturale senza pari.  Opere realizzate da più di 150 artisti dagli anni ’50 ad oggi sono visibili e ammirabili lungo tutto il tragitto, ad esempio alla stazione centrale, le pareti sono coperte di piastrelle e rilievi degli anni ’50, a quella di Kungsträdgården è stato allestito uno scavo archeologico con colonne romane. Gli scenari riprodotti, le istallazioni sono ben inseriti nella struttura, non appaiono come qualcosa di distaccato dall’ambiente. Non mancano i giochi di luce, soffitti di roccia ed effetti naturali. Le persone hanno la sensazione di vivere nell’arte.   L’arte è qualcosa di non statico, sempre in evoluzione proprio come i passeggeri, i viaggiatori, i turisti. La stessa metropolitana è il luogo dello spostamento. A  Stoccolma, offre un servizio impeccabile e contemporaneamente un’esperienza che coinvolge tutti i sensi.

Lasciare il mondo fuori, scendere quelle scale che portano in un mondo altro, colorato e a volte fantascientifico corrisponde proprio al meccanismo che tipicamente attiva l’opera d’arte, in questo caso però senza immaginazione.                                                         Frenesia, corsa e attesa diventano parole e situazioni che nulla hanno più in comune con l’idea di metropolitana. In Europa anche altre metropolitane offrono la possibilità di usufruire di “momenti d’arte”, con piacere mi viene da pensare che queste iniziative rappresentino occasioni di ritorno ad un vivere pacato, più intimo.                 Tutto questo passa attraverso la creatività. La creatività insieme alla volontà di curare e dare voce ai luoghi della nostra vita, riattiva il dialogo tra spazi e persone e la relazionalità tra persona e persona.

ECOMONDO 2012 A Rimini la competitività è tra imprese green

Eco-innovazione, risparmio energetico e fonti rinnovabili rappresentano un atteggiamento di vita e sviluppo, l’unico possibile e da perseguire. L’Italia non è ancora un Paese sostenibile ma un evento di questi giorni mi fa ben sperare, soprattutto che l’interesse intorno a queste tematiche cresca.

Mi riferisco ad Ecomondo 2012 in programma dal 7 al 10 novenbre a Rimini: una fiera della sostenibilità e dell’ecocompatibilità. Ecomondo è un punto di riferimento per imprese italiane ed estere che credono nel rispetto dell’ambiente come elemento di forza di fronte alla competitività del mercato.Tantissime le aziende che hanno aderito, che avranno modo di mettere in mostra i loro macchinari e progetti innovativi, come molti saranno i visitatori che potranno soddisfare tutte le attese riguardo ad un mondo green. La fiera dedica spazio soprattutto alla gestione dei rifiuti (anche quelli tossici e speciali) e al recupero dei materiali (ad es. il ferro), infatti sono esposti diversi macchinari per trattare ogni tipo di spazzatura. Grande attenzione è riservata alle bioplastiche biodegradabili e compostabili certificate CIC.

Ecomondo inaugura anche il più grande impianto fotovoltaico d’Italia, installato su una superficie di 100.000 mq di copertura dei padiglioni con 33.296 pannelli fotovoltaici in silicio amorfo. Così Rimini Fiera diventa il primo quartiere autosufficiente per quanto riguarda il fabbisogno di energia elettrica. L’iniziativa “Città Sostenibile” propone diversi progetti che diano forma a un sistema a cui tutte le reti possano contribuire, così che le città migliorino a livello sociale, economico e ambientalanto da diventare “cittàintelligenti”.         Da non perdere i nuovi sistemi di raccolta differenziata presentati da Euroven come il Green totem. E’ uno strumento che sfrutta il sistema wi-fi per la connessione a Internet ed è stato realizzato con plastica riciclata: riduce il volume dei rifiuti e l’emissione di anidride carbonica.

Sono stati invitati oltre 250 buyer provenienti dall’Est Europa, Bacino del Mediterraneo, Nord Africa e Brasile. Per chiunque voglia maggiori informazioni vi segnalo questo link http://www.ecomondo.com/                                                                                                                    E vi ricordo che gli orari di apertura della fiera, per quanto riguarda gli espositori e gli operatori professionali, sono tutti i giorni dalle 9 alle 18 e il sabato fino alle 17. L’ingresso alla manifestazione avviene o su invito o a pagamento. Ilbiglietto intero costa 15 euro, quello ridotto 5 euro e l’abbonamento per due giorni ha un prezzo di 25 euro.

Non mi resta che augurarvi di contribuire, ognuno nel suo piccolo, ad assumere comportamenti in linea con il risparmio energetico, la raccolta differenziata e la predilezione per sistemi ecologici.

DosJotas “ritocca” i dettagli urbani di Madrid

Di street art ho già scritto, questo non è il primo né sarà l’ultimo post dedicato a questa creativa modalità di ridisegnare il mondo che ci circonda, le strade che percorriamo ogni giorno, gli edifici davanti ai quali passiamo… Resto sempre affascinata da nuove interpretazioni urbane e tra varie immagini scovate sul web, le ultime sono quelle delle opere di un artista spagnolo: DosJotas.

Non si conosce il suo vero nome, se sia un uomo o una donna nessuno lo sa, ciò che è sicuro è che colpisce, sorprende mettendo in risalto ciò che la realtà sembra ma non è.

DosJotas sa andare oltre.

Sognatore, idealista e critico verso la società di massa, trasforma segnali stradali, indicazioni, pareti di abitazioni, cartelli vicino ad aiuole per sottolineare, con una spiccata ironia che lo caratterizza, come sia facile sconvolgere l’ordine degli elementi.

Forse, vuol metterci di fronte la nostra realtà falsamente perfetta e illusoriamente sicura, in una forma che destabilizzerebbe, quella del disordine. Forse, dopo l’iniziale dubbio, vuol creare in noi il piacere dell’alternativo, di una lettura diversa e nascosta.

Le opere di DosJotas giocano infatti, sulla mimetizzazione. Non c’è un forte impatto, una sorpresa improvvisa, bensì una lenta scoperta che lascia in silenzio.

Questi sono degli esempi di suoi “intervenciones”:

Siamo alla fermata del metrò dello stadio Bernabeu: quella che a prima vista pare un’uscita d’emergenza è in realtà la riproduzione di un giocatore di calcio lanciato a rete verso la porta!