Cosa le tiene sveglie di M. Crescenti

“Le tre ragazze legate ruotano insieme, dopo un giro completo immerse nell’acqua, torneranno ai loro posti a riprendere ossigeno. Chissà delle tre, se ce n’è una che è morta?”

Tre ragazze, un macchinario della tortura e una corsa contro il tempo.                        Queste sono le chiavi di lettura di Cosa le tiene sveglie (Il Novecento Editore, 2017) l’ultimo libro di Marina Crescenti, giallista di Pavia e già autrice di Le lacrime del Branco, E’ troppo sangue anche per me e altri romanzi.

Leggere Cosa le tiene sveglie significa prendere parte a un progressivo scatenarsi di emozioni, più che la vicenda a reggere il tutto e a coinvolgere il lettore sono proprio le sensazioni, i pensieri, i sogni e gli incubi dei personaggi.

E’ la storia della scomparsa di tre ragazze, finite nelle mani di chissà chi, divorate dalla sua follia e imprigionate in una specie di “opera d’arte” del male alla quale non sappiamo fin quando potranno resistere, ogni respiro che emanano sembra l’ultimo. Eppure, chi le imprigiona non sembra aspirare alla loro morte ma alla loro sofferenza, allo strazio del dolore e per questo devo stare sveglie.

Il tema della scomparsa, mi è caro in quanto l’ho affrontato anch’io nel mio primo libro e riviverlo tra le pagine di Marina è stato come riconoscere sensazioni affrontate, le peggiori perché non esiste nulla di più sconvolgente del non sapere, del chiedersi se le vittime siano ancora vive o meno, se ci sia ancora tempo per loro, se si possa fare qualcosa per sottrarre ad un destino già segnato. E’ logorante.

Ad accrescere questa sensazione, Marina ha aggiunto una consapevolezza che il lettore ha di pagina in pagina e cioè che loro sono tenute sveglie. Ritengo che crei ancor più tensione, il lettore sa, non può però comunicarlo agli altri personaggi, non può fare coraggio agli investigatori. È la squadra investigativa del Commissario Luc Narducci, che i fan di Marina conoscono già, a indagare sulle tre ragazze scomparse e a lottare anche per le loro battaglie personali. È da loro inoltre, che la scrittrice prende spunto per attimi di sollievo dalla narrazione, i loro caratteri, i dialoghi con qualche battuta ironica, alleggeriscono la tensione. Un po’ come nella vita reale in cui per fortuna, anche le situazioni più difficili sono toccate da barlumi di umanità e sorrisi.

I ragazzi, il dolore e la guerra. Cosa le tiene sveglie è un giallo, un genere che a mio avviso è indissolubile dall’essere specchio della realtà e occasione di riflessione. Si può scegliere di leggerlo partecipando alla vicenda, restando inorriditi di fronte alle costruzioni letterarie che attingono al male, la faccia nascosta di ognuno di noi, per poi saziarsi del finale oppure si può anche pensare: quanto aver vissuto la guerra in prima persona può influire sulla mente di giovani uomini, quanto l’istigazione al male può mandare in tilt la mente e avvicinare al meno umano? Sono le vicende che si vivono, l’ambiente in cui si cresce a “formare” una mente folle? Oppure, è qualcosa di genetico a cui non si sfugge? Non troveremo le risposte certo ma quando la lettura di un libro genera dubbi, penso sia andato già oltre, ha toccato qualcosa nel lettore, ha fatto vibrare corde interiori stabilendo un legame unico tra lui e l’autrice.

Marina Crescenti, torno a sostenere, che in Cosa le tiene sveglie si sia davvero lasciata andare al fluire della sua fantasia, intessendo una trama meno articolata rispetto ad altre sue creazioni, lasciando spazio a immagini e sensazioni che si succedevano e la intersecavano alle vite dei personaggi. Lo stile è fluido, veloce e coinvolgente proprio come le azioni della vita reale della quotidianità.

 

 

Annunci

Condominio 78 di Alessio Masciulli

Per chi scrive un libro è come posto in cui gettare tutte le proprie emozioni, dove scaricare paure, rabbia, indignazione ma anche passione, gioia, gratitudine, speranza e coraggio. Chi scrive sa che questa passione è un’esigenza come mangiare e respirare e soprattutto è la via di salvezza. Scrivere permette di superare i momenti brutti, di essere sollevati dal macigno delle emozioni peggiori, di abbracciare le sensazioni più belle e indescrivibili.

Tenersi dentro tutto non fa stare meglio, tanto vale svuotarsi e farlo scrivendo è uno dei modi migliori.

Questo è scrivere per me. Questo è scrivere anche per Alessio Masciulli e nel suo ultimo romanzo Condomino 78 (Masciulli Edizioni) si mette a nudo, si racconta e si mostra senza filtri. L’autore abruzzese può vantare già una grande spontaneità e schiettezza d’animo, ma in questo romanzo esprime ancor più tutti i suoi pensieri.

I pensieri vengono letti attraverso brevi racconti, momenti vissuti da lui, incontri fatti, storie di altri uomini e donne, passando per i pilastri della sua vita, i genitori, gli amici d’infanzia, la nonna fino al racconto attraverso i luoghi, i ricordi e i sogni.

Lo stile è leggero, quasi colloquiale come fossimo davvero a berci qualcosa in compagnia di un amico e le chiacchiere toccano argomenti diversi. Il punto di forza di Condominio 78 è questo: essere un libro vivo, un libro fatto di persone, i protagonisti di cui si parla ma in primis del lettore e dell’autore. Avete capito bene, ogni lettore diventa protagonista perché interlocutore dell’autore che si percepirete come compagno di confidenze e non potrete nella vostra testa fare a meno di dire la vostra, di rispondere e commentare.

Scrittura come un luogo dicevo e non è un caso che il titolo faccia riferimento a un condominio. Un condominio in cui in ogni appartamento c’è qualcuno che custodisce e vive la sua storia. Il 1978 è l’anno di nascita di Alessio e dunque, l’autore che si racconta e osserva e nel farlo si fa portavoce non solo dei suoi pensieri e emozioni ma anche di quelli di altri. In Condominio 78 ho trovato Alessio ancora più sincero, più arrabbiato, ma anche fiero, sofferente ma anche gioioso, dispiaciuto per ciò che non è stato e pieno di positività grazie a ciò che ha realizzato e verso nuovi sogni.

In un condominio le famiglie si amano, litigano, si sostengono, si ignorano, c’è il bello e il brutto della quotidianità, c’è la vita vera. Ecco perché in questo libro lo stesso autore racconta la vita vera, episodi che fanno sorridere e scaldano il cuore ed altri che fanno dispiacere o rabbrividire, il tutto nella riconoscenza verso il miracolo che è l’esistenza.

 

Mostra “Picasso tra cubismo e classicismo: 1915 – 1925”

Lo scorso sabato è stata una giornata soleggiata e calda a Roma, perfetta per una giornata fuori porta tra le meraviglie della Capitale e le sale del Quirinale allestite per la mostra “Picasso tra cubismo e classicismo: 1915 – 1925”. La mostra intende rievocare i cento anni dal soggiorno di Picasso in Italia, quando nel 1917 giunse a Roma e Napoli insieme al poeta Jean Cocteau e il musicista Igor Sravinskij al seguito della compagnia teatrale dei Balletti Russi e con la sua compagna e futura prima moglie Ol’ga Chochlova.  Non sapevo che Picasso avesse curato i costumi del balletto e le scenografie, in particolare dello spettacolo Parade, per i quale ha ripreso le ispirazioni legate al circo né sapevo quanto Picasso si fosse dedicato ai temi delle maschere, ricorrenti sono infatti quelle di Arlecchino e Pulcinella. L’influenza dell’arte Classica, della tradizione e del teatro popolare e delle maschere della Commedia dell’Arte sono state così decisive da fargli iniziare a sperimentare successivamente stili diversi e la tecnica del collage. Con questa tecnica più elementi prelevati dalla realtà venivano inseriti nel quadro. Le opere nelle quali emerge di più l’influenza italiana sono quelle dedicate a una simultanea rielaborazione degli stili del passato, ad un’assimilazione dell’antico molto personale e al ritorno dell’arte come testimonianza.

Nella mostra sono presenti più di cento capolavori tra tele, disegni, fotografie, lettere autografe e altri documenti e tra i quadri ricorderei Ritratto di Olga in poltrona (1918), Arlecchino (1917), Natura morta con chitarra, bottiglia, frutta, piatto e bicchiere su tavolo (1919), Due donne che corrono sulla spiaggia (La corsa) (1922), Il flauto di Pan (1923), Saltimbanco seduto con braccia conserte (1923), Arlecchino con Specchio (1923), Paulo come Arlecchino (1924) e Paulo come Pierrot (1925).” 

Conoscevo invece meglio, il Picasso cubista, esponente del movimento artistico degli inizi del ‘900, proteso alla riorganizzazione dello spazio pittorico potenziando la sintesi plastica delle forme e moltiplicando i punti di vista, fino a frantumare l’oggetto.              La mostra è stata interessante proprio per avermi offerto informazioni sull’artista catalano che non sapevo e nello stesso tempo mi ha fatto apprezzare i dettagli più noti delle sue opere come le linee sciolte in bilico tra fluidità e rottura, il realismo stilizzato dei disegni, la monumentalità dei nudi, l’estetica della frammentazione e i contorni marcati.  “Picasso tra cubismo e classicismo: 1915 – 1925” è stata una mostra che mi ha coinvolta, emozionata e fatto riflettere. Come ritenevano gli esponenti delle Avanguardie tra i quali il Cubismo, l’arte agisce sulla sensibilità delle persone e può promuovere un rinnovamento. L’arte non è qualcosa di esterno alla vita ma influisce profondamente su chi guarda e può farsi portavoce di non solo di valori estetici ma anche etici.

 

 

Io leggo perché … è autunno

Oggi entra l’autunno.

Sì lo so, come me in tanti leggono soprattutto d’estate, in viaggio o al mare, in giardino o in qualunque altro posto li ispiri insieme al relax della bella stagione. Eppure, chi legge saprà che un certo fascino ce l’ha anche l’autunno per coltivare questa passione. Chi legge, anche se con un po’ di malinconia pensa che dovrà passare ancora un anno per le soleggiate e calde giornate, sa che ad aspettarlo nelle prossime settimane ci saranno il divano e un plaid colorato, il caminetto acceso e una tazza di cioccolato. Mentre sfoglieremo le pagine dei libri che ci terranno compagnia, ci faremo scaldare dal calore della tazza in cui avremo versato la nostra tisana preferita oppure sceglieremo di non accendere la tv e sotto il piumone nel letto, ci trasferiremo con l’immaginazione in un’epoca lontana o su un’isola deserta.                                                                          Autunno significa anche nuove uscite, gli scaffali delle librerie si popolano di nuovi libri e viene programmano un calendario di presentazioni di autori da segnarci in agenda.   Le librerie torneranno ad essere un rifugio dalla pioggia o dal freddo mentre attenderemo che passi il prossimo autobus. Per non parlare delle biblioteche dove andare a studiare o leggere, uno degli ambienti che conserva sempre una magica atmosfera.

Oggi entra l’autunno e io non vedo l’ora di passare altri momenti con un libro in mano, magari anche autografato dal suo autore.                                                                     Oggi entra l’autunno e farò in modo che anche con la scrittura di dare spazio alla mia creatività, incrociando le dita magari per una nuova pubblicazione.

L’arte di Andrea La Rovere: Tra dissacrazione e ironia della società.

I libri sono solo il mio punto di partenza. Dai libri si aprono mille strade verso altre arti. Verso altre passioni. Le passioni sono persone ed è così che mi dò la possibilità di conoscere nuove persone. Condivisione è la parola chiave.  Proprio in una serata in occasione di una presentazione di un libro, lo scorso inverno ho avuto il piacere di vedere esposte delle opere di un giovane artista. Ero lì, quando la mia attenzione è stata rapita da una tela con Eva Kant e Diabolik.

Di lì a poco conobbi chi l’aveva realizzata: Andrea La Rovere, pittore di Montesilvano (PE) e abile riproduttore di figure reali senza maschere.                   Per una che come me non ama le convenzioni non poteva che essere interessante e colsi i punti in comune delle opere davanti a me: la società derisa e svelata nelle sue falsità, i social network come schermo e come mezzo di comunicazione che ci isolano illudendoci di non essere soli, la bellezza di donne artificiose che rivendicano una femminilità unica, la vera bellezza invece nelle lacrime della donna che non teme mostrare la propria fragilità e dolore e poi le automobili, il tutto tra giochi di luce azzeccati e pennellate di rosso che fanno da filo conduttore.  Voglio conoscere meglio Andrea La Rovere e scelgo di farlo in un’intervista che mi ha concesso e condivido con voi. Buona lettura!

Andrea che valore ha l’arte nella tua vita?

L’arte è il rifugio. Il posto dove sentirsi bene, dove tirare fuori quello che hai dentro e quello che vuoi dire. Detto questo è una parte della mia vita, non sono certo il tipo d’artista che vive solo per l’arte ed è in simbiosi con le proprie creazioni; sono anzi convinto che l’arte non vada forzata, perciò dipingo solo se e quando questo mi fa sentire meglio.

Com’è nata questa passione?

Non ho nemmeno cognizione del momento esatto. Mio padre era un bravissimo disegnatore, lavorava nell’ambito dell’alta moda, e aveva sempre matita e foglio sottomano. Per quello che ricordo ho sempre disegnato, poi la passione per la pittura vera e propria l’ho maturata intorno ai 12 anni dipingendo animali e automobili.

Da cosa deriva la scelta di affrontare il tema della comunicazione in modo trasversale nelle tue opere?

Dal fatto che ritengo la comunicazione, e in particolare i social, un mezzo potentissimo e altrettanto pericoloso, potenzialmente più delle armi tradizionali. Internet è nato come mezzo che favoriva la libertà nelle comunicazioni, i social sono nati essenzialmente come mezzo di controllo. L’uso che se ne fa ha fatto sì che si realizzassero le cupe distopie previste da Orwell e Bradbury, con la sola differenza che non c’è stato bisogno di una dittatura che le imponesse. Siamo anzi noi che ci diamo in pasto con il sorriso sulle labbra.

E perché l’esigenza di farlo in modo “non convenzionale” e dissacrante?

Non ho titoli per farlo in modo serio, e poi ritengo l’ironia e il sarcasmo molto più efficaci. Ma tanto è una battaglia persa, qualsiasi contributo sarà inutile.

Il colore rosso sembra quasi un filo conduttore. Una scelta o un caso? Ti serve per esprimere qualcosa?

In realtà sono il rosso, il bianco e il nero a ricorrere, per motivi meramente estetici e cromatici, specie nella serie dei codici a barre. Ma assolutamente non è un “must” nelle mie opere, tanto che attualmente mi sto muovendo su territori cromaticamente del tutto diversi.

Quando hai creato la prima opera?

Onestamente non saprei assegnare una palma di opera prima, forse alle elementari; quando a scuola scoprirono che sapevo disegnare bene, iniziarono a sfruttarmi per creare i cartelloni che riassumevano nozioni scientifiche e storiche. Come diceva De Andrè: “E poi se la gente sa, e la gente lo sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare.”

Ce n’è una alla quale sei più legato? Se sì perché?

“Nevermind”, un ritratto di una donna in lacrime ma non sconfitta, indomita. Mi ricorda un periodo cupo della mia vita, è quasi un monito.

Progetti futuri? Continuare sulla stessa linea o magari pensi potresti svilupparne anche altre?

Sto lavorando a un progetto, che spero diventerà la mia prossima mostra, che unisce le mie passioni per la storia del rock e la pittura dei maestri del Rinascimento.

Ringraziando Andrea per la disponibilità, gli auguro buona fortuna per tutte le prossime creazioni e invito voi a seguirlo!

 

IL GIGLIO INSANGUINATO di Anna M. Pierdomenico

Una donna ha in sé il femminile ma anche il maschile. Ed è proprio il maschile che credo attragga di più. Questa mia considerazione è stata rafforzata mentre leggevo “Il giglio insanguinato” (0111 Edizioni) di Anna Maria Pierdomenico. Non è un libro sugli uomini e le donne ma un giallo storico abilmente intessuto con un linguaggio scorrevole e lineare, tra intrighi del papato e della Corte di Francia il tutto nel passato Seicento.

Sono i romanzi a offrirci la migliore lettura dell’umanità ieri, oggi e sempre. Anna Maria come nell’altro suo romanzo “Rebecca- La figlia del diavolo” (Tabula Fati), pubblicato successivamente a Il giglio insanguinato, fa ruotare l’intreccio intorno ad una figura femminile. Prima di Rebecca la protagonista nata dalla penna di Anna Maria è stata Fiamma. Fiamma è una spia del braccio destro del Papa, affiancata dal fedelissimo fratello Giulio e attingendo alle sue spiccate capacità come la dialettica, l’astuzia e la caparbietà abbatterà ogni ostacolo con eleganza, che sia un uomo, una donna o una situazione ostile.

Nel Seicento, le donne erano quasi invisibili se non nei loro ruoli ritenuti canonici dalla società del tempo, quindi affidare a un tale personaggio le indagini la riconosco come una sfida che l’autrice si è posta, direi una sfida vinta perché la scoperta del colpevole dell’assassinio di un Arcivescovo a Parigi credo non sarebbe così accattivante di pagina in pagina se non ci fosse Fiamma.

Il giglio insanguinato è un concentrato di emozioni, passioni, di sentimenti violenti e nobili. Di uomini dai mille segreti e dalle debolezze celate dietro i ruoli sociali. Sguardi rubati, relazioni clandestine, corteggiamenti e fughe. E poi è anche la celebrazione di una forma d’amore che non ha eguali come quello tra sorella e fratello di cui Fiamma e Giulia sono l’esempio perfetto.

Per tornare alla principale riflessione che il romanzo mi ha suscitato e di cui dicevo prima, il maschile che è in Fiamma è rappresentato dalla sua audacia e scaltrezza, da un coraggio e una forza d’animo ma anche da un’abilità fisica il tutto contenuto da un’indipendenza d’animo e lealtà, che se pur macchiata da sangue di morti date, sotto l’aurea del femminile rappresenta la sua essenza. Attingere agli aspetti ritenuti più maschili per una donna può rappresentare il suo lato vincente, quel qualcosa che attrae e ti brucia proprio come una fiamma. Il giglio insanguinato è rivolto a un pubblico eterogeneo, ma soprattutto a lettori che vorranno fare un viaggio in un tempo passato e nelle emozioni umane.

L’uomo di casa di Romano De Marco

È un tardo pomeriggio di agosto, riprendo tra le mani il libro che mi ha fatto compagnia nelle ultime settimane, lo sfoglio, c’è un po’ di sabbia tra le pagine e penso di condividerlo con voi. Si tratta di un thriller, “L’uomo di casa” dello scrittore abruzzese Romano De Marco. Ho avuto il piacere di conoscere l’autore, tra i più apprezzatati per il suo genere in occasione di una presentazione e la curiosità da quel momento si è protratta nei momenti di relax di questa estate.

Pagina dopo pagina “L’uomo di casa” prende il lettore per mano e gli mostra come in un film la storia di un crimine che ha le radici nel passato. Si susseguono le immagini suscitate e il racconto dei fatti risalenti a trent’anni prima e quelli di una vicenda attuale. L’enigma irrisolto della Lilith di Richmond, caso relativo il rapimento e l’uccisione di sei bambini a Richmond, in Virginia, per mano di una donna svanita nel nulla e il caso della morte di Alan, ritrovato nella sua auto con la gola tagliata. Il racconto rievoca l’orrore dei protagonisti di allora e la rabbia di chi indagò ma non riuscì a chiudere il caso, come Gina Cardena e lo sconforto della protagonista di oggi Sandra, moglie della vittima.

Che cosa unisce un ingegnere dalla vita perfetta, un padre e un marito presente e amorevole alla Lilith di Richmond? Chi era Alan? Davvero era solito frequentare prostitute? Possibile che sua moglie non sapesse nulla? Cosa potrebbe aver scoperto che gli è valsa la vita?

Queste le domande che il lettore si pone proseguendo nella lettura, le stesse di Sandra. Si crea un’empatia sottile con la protagonista, con lei che da un giorno all’altro non sa più chi era l’uomo che aveva accanto e che forse potrebbe essere ognuno di noi, perché in realtà non conosciamo mai tutto dell’altro… I dubbi di Sandra sono quelli di una donna, di una moglie, di una madre che deve superarli insieme al dolore per se stessa e per sua figlia, l’adolescente Devon.

Un giorno, Sandra scopre che il marito possedeva dei documenti relativi a quel caso e proprio quando fa questa scoperta subisce un’aggressione e tutto il materiale scompare: Sandra capisce che qualcosa di più grande di lei unisce Alan a una vecchia storia e per sapere la verità inizia a cercare chi può saperne di più. Da qui l’incontro tra le due donne, poli emblematici di questo thriller, Sandra e Gina.

“L’uomo di casa” è un thriller al femminile proprio perché la prospettiva dominante secondo la quale sono osservate e filtrate le vicende narrate è quella delle donne: Sandra, Gina, Devon, le vicine di casa, la fantomatica Lilith… De Marco riesce a usare gli occhi delle donne, a giocare con gli sguardi e l’opposizione visibile-nascosto. Troviamo quest’ultima anche negli elementi dell’immaginario americano quali la casa, scrigno degli affetti e dei segreti familiari, le finestre dietro le quali si nascondo gli sguardi dei vicini, le strade dei quartieri e tutte quelle ambientazioni che ci sono familiari grazie alla cinematografia ma che l’autore ha visto e vissuto in prima persona e riporta con facilità sulla pagina scritta. La capacità di raccontare è sostenuta da uno stile fluido, leggero e stimolante e da una tensione e una curiosità tenute sempre ad un livello pari all’intensità della scena narrata.

“L’uomo di casa” è perfetto se amate il genere, lo è anche se semplicemente desiderate leggere qualcosa di intrigante dove la ricerca della verità non è nelle mani dei poliziotti ma in una donna come noi, con le nostre stesse insicurezze e il nostro stesso coraggio. Questo credo sia il punto di forza de “L’uomo di casa”, l’essere così vicino ad ogni lettore, alla parte più intima e nascosta di ogni persona.